Head hunter

È cominciata così. Torno a casa una sera e mio figlio mi dice. Ha telefonato una persona per te. E mi comunica il nome.

Lo ricordo. Aveva lavorato in Banca con me alle Relazioni industriali. Poi si era dimesso. Il padre, se non rammento male, era anche lui un dirigente d’azienda e lo aveva aiutato a trovare un altro lavoro.

Non capisco cosa possa volere da me, penso. Non c’era tra di noi una così grande amicizia.

Per un certo periodo, a dire il vero, quando si lavorava assieme, avevamo preso l’abitudine di andare a bere l’aperitivo al venerdì sera. Lui era un esperto. Negroni. Martini. Pink Martini. Io non ero abituato e tornavo a casa brillo. Una volta, poiché rientravo a casa con il treno delle Ferrovie Nord, mi ero addormentato ad avevo saltato la mia fermata, ritrovandomi poi a Cesano Maderno.

Presto avevamo smesso, fortunatamente, questo rituale.

Quando era sopraggiunta quella telefonata, non ci si era più né visti né sentiti da almeno vent’anni. Mi chiedevo pertanto perché mi cercasse.

Io, nel frattempo, avevo cambiato Banca ed ero andato a lavorare a Lodi. Eravamo intorno al 2010, più o meno.

Già a quel tempo nessuno chiamava più sul telefono fisso.

Dico quindi a mio figlio. Se richiama dagli pure il mio numero di cellulare e digli di telefonarmi.

Lo fa qualche giorno dopo. Concordiamo di vederci a Milano in un bar di Corso Vittorio Emanuele, vicino a Piazza San Babila. Io, pur lavorando a Lodi, mi stavo occupando di una importante operazione societaria ed avevo un impegno proprio lì vicino.

Era veramente irriconoscibile. Era sempre stato piuttosto robusto di corporatura ma ora era ulteriormente ingrassato ed era completamente calvo, con una evidente cicatrice sulla testa.

Ci salutiamo con una stretta di mano e ci sediamo ad un tavolinetto.

Mi dice che, dopo le dimissioni dalla Banca, aveva ottenuto altri impieghi, sempre nell’ambito delle Risorse Umane, fino a che non aveva deciso di mettersi in proprio ed aprire una società di Head Hunting.

Poiché non potevo fare a meno di guardare la cicatrice sulla sua testa, mi informa che aveva avuto un banale incidente. Mentre camminava per strada, era caduto un oggetto da una finestra, o da un balcone, che lo aveva colpito sulla testa.

Ciò aveva comportato un grave lesione che aveva provocato la necessità di un intervento chirurgico al cranio.

Gli dico le solite frasi di circostanza. Che mi dispiace tanto. Che spero che l’operazione sia andata a buon fine e che non gli sia residuata alcuna grave conseguenza.

Mi rassicura su questo.

Non ricordo bene tutto ma ad un certo punto mi svela, finalmente, il motivo per il quale mi ha cercato.

In breve, mi riferisce che sta trattando due importanti posizioni di lavoro e che vuole sapere se possa essere interessato. La prima riguarda una Banca straniera con sede a Milano e l’altra una importante Società, sempre con sede a Milano, che si occupa di sistemi informativi per le Banche. Entrambe stavano cercando dirigenti per la posizione di Direttore delle Risorse Umane.

Gli ricordo quale è il mio ruolo attuale, cosa avevo fatto di recente e che, sì, entrambe le proposte possono interessarmi. Preciso, a questo proposito, che avevo già saputo, a causa del passa parola tra colleghi, che entrambe le posizioni che mi stava proponendo erano scoperte e che, quindi, la sua offerta non mi sembrava così campata in aria. Inoltre, io avevo da poco compiuto i cinquant’anni, con oltre trent’anni di lavoro nell’ambito delle Risorse Umane e una tale proposta poteva effettivamente essere adatta a me.

Mi chiede di fargli avere un mio curriculum che, in effetti, ho con me nella borsa in formato cartaceo e glielo consegno dicendogli che gli avrei mandato, se fosse stato necessario, anche un file via mail.

Prende il documento dalle mie mani, precisandomi, che, se non mi dispiacesse, avrebbero provveduto loro (ora era passato al plurale per farmi intendere che si riferiva al personale della sua Società) alla traduzione in inglese, perché sai, mi dice, in questi casi bisogna utilizzare un determinato frasario con il quale voi candidati, anche se conoscete l’inglese, non avete tanta dimestichezza.

Rimaniamo pertanto intesi che mi avrebbe ricontattato lui, facendomi pervenire il testo del curriculum in lingua inglese.

Gli passo quindi il mio biglietto da visita che contiene i miei contatti e gli chiedo di farmi avere il suo.

Lo trovo imbarazzato nel dirmi che, purtroppo, non ha nulla con sé perché ha lasciato il suo borsello con il portafogli e tutti i documenti nel taxi che lo ha portato a Milano dall’aeroporto, borsello che, ora, deve cercare di recuperare. Mi chiede quindi un altro mio biglietto da visita sul quale annota il suo numero di cellulare, la sua e-mail e numero fisso, di Roma. E che mi consegna.

Ancora più a disagio, mi chiede se non potessi, a quel proposito, dargli qualcosa per pagare il taxi, visto che non ha più neanche il becco di un quattrino. Apro il portafoglio e gli allungo cinquanta euro. Mi fa presente che forse non sarebbero stati sufficienti e mi domanda se non potessi dargliene altri. Gliene consegno altri venti, dicendogli che sono proprio gli ultimi contanti che ho.

Ci salutiamo.

Non mi ha più richiamato.

Dopo un po’ di tempo provai a contattarlo. La mail risultò essere errata, il numero di telefono cellulare spento o inesistente; al numero fisso di Roma rispondeva l’obitorio.

2 pensieri riguardo “Head hunter”

Scrivi una risposta a Roberto Cancella risposta