Parlare di Banche

Non ricordo perché, ad un certo punto, ci siamo messi a parlare di Banche.

Con Carlo ci eravamo conosciuti da poco. Un ex Dirigente d’Azienda e Avvocato che aveva ricoperto cariche societarie in alcune aziende bancarie delle quali, all’epoca, seguivo i Consigli di amministrazione. Aveva la fama di essere una persona dal carattere impossibile, un rompicoglioni totale, a dirla tutta. Poiché dovevamo chiedergli indietro dei soldi che gli erano stati versati in più erroneamente come compensi professionali, avevano chiesto a me di occuparmene.

Ed io, non solo ero riuscito nell’intento, ma ero subito entrato, in qualche modo, nelle sue grazie.

Oddio, io ho sempre pensato che questa sua simpatia per me fosse nata quando aveva saputo che avevo due figli maschi, più o meno dell’età delle sue due figlie, che avrebbe gradito accasare.

Fatto sta che ci aveva invitato a cena a casa sua, me e mia moglie, e che, da lì in avanti, avevamo preso a scambiarci gli inviti con regolarità. Una volta da loro, l’altra volta da noi.

Quella sera eravamo a casa nostra e mia moglie, a fine cena, aveva portato in tavola il limoncello fatto da lei con i limoni dell’orto di sua sorella. Io, che non amo il limoncello, avevo tirato fuori una bottiglia di Calvados che avevo preso in Normandia e l’avevo offerta a Carlo.

E così, tra il limoncello delle signore e il nostro Calvados, avevamo preso a sbevucchiare.

E, dunque, ci eravamo messi a parlare di Banche, delle crisi bancarie, delle fusioni, dei problemi occupazionali.

Carlo, che veniva dall’industria, sosteneva che le Banche non avevano ancora visto nulla. Licenziamenti, veri, diceva, non ce ne sono stati. Qualcuno, forse, era stato mandato in pensione in anticipo ma gli avevano fatto anche un favore. Nulla a che vedere con la cassa integrazione e i licenziamenti collettivi.

Non credere che sia tutto così semplice, dissi io, ed estrassi dallo scaffale un disco di Miles David, Kind of Blue.

Mia moglie, sapendo dove volevo andare a parare, cercò di sviare il discorso.

Sara, la moglie di Carlo, era invece incuriosita. Era una donna molto magra, dai capelli argentati e gli occhi azzurri, intelligenti.

Vedete, continuai, quando lavoravo nella Grande Banca Nazionale, quella più prestigiosa, avevo un collega, Giancarlo, si chiamava. Era addetto alle assunzioni. Poiché sapevo che era un grande appassionato di musica jazz, mentre io ancora non lo ero, gli chiesi quale fosse per lui il disco di jazz più bello in assoluto e lui mi indicò, senza esitazione alcuna, questo disco. Comprai il cd e, da allora, acquistai altri dischi di Jazz. Qualche giorno prima avevo trovato, in un negozio di dischi usati, anche il vinile di Kind of Blue. E lo avevo acquistato.

E questo? Si spazientì Carlo.

Vai avanti, disse Sara. Mia moglie andava avanti e indietro dalla sala alla cucina.

Mi è tornato in mente, continuai, perché, un paio di anni dopo che avevo lasciato la Grande Banca Nazionale, dal momento che l’aria era diventata per me irrespirabile in quel posto, ebbi la notizia che una mattina Giancarlo, andando al lavoro, quando anche la quotidianità diventa talvolta insopportabile, o forse non si ha più la forza di adeguarsi ai cambiamenti anche perchè i nuovi capi e capetti non perdono occasione di manifestare la loro mancanza di autorevolezza prendendosela con le persone più miti, aveva deciso di farsi scivolare sui binari del metro, togliendosi la vita.

Ora mi ascoltavano tutti, mia moglie con gli occhi lucidi. Facemmo passare ancora le bottiglie per ingannare l’imbarazzo e la commozione.

Al funerale, ricordai, ci eravamo ritrovati tutti, colleghi ed ex colleghi ma, alla fine della cerimonia, giunse il momento più straziante. Un lamento, un belato, come di agnello ferito, dal fondo della chiesa. Era la figlia dodicenne. E io allora pensai. Disgraziato, perché hai fatto questo, non hai pensato a tua figlia?

La vita sa essere molto cattiva, disse Sara, e non abbiamo il diritto di giudicare nessuno.

Si era fatto tardi e il Calvados era finito.

5 pensieri riguardo “Parlare di Banche”

  1. La devi smettere di scrivere come Carver… è come degustare un buon antipasto e restare in attesa del resto…invano. Vabbè aspetterò un altro racconto

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  2. Apparentemente, il finale di sospensione lascia riflessioni amare su come sia importante costruire nei luoghi di lavoro un ambiente armonico, competitivo ma rispettoso di tuttə…e di come purtroppo situazioni lavorative difficili si ripercuotano sulla famiglia. Grazie Max perché ci inviti a riflettere

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    1. Grazie Alberto. Purtroppo, pur cambiando i nomi, l’episodio di cui racconto è un fatto vero. E testimonia di come anche un posto di lavoro apparentemente tranquillo come un banca possa essere teatro di eventi così violenti e tragici

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