Dance to the end of love

Leni era bellissima e cantava divinamente quella canzone.

Il locale Ballhaus a Berlino risaliva agli anni ’20 con lampadari a gocce, stucchi, arredi art decò, poltrone e divani damascati color porpora. Luci soffuse.

Gli spettatori ascoltavano la musica mentre sorseggiavano tè, caffè o cocktail ai tavolini sistemati tutt’intorno alla sala da ballo.

La sala era comunque ampia, pavimentata con marmi bianchi e neri, lisci, e le coppie si alzavano per ballare: walzer, mazurke, tanghi.

Ma su quella canzone, che poi forse era veramente un tango, non ballava nessuno.

Noha suonava il violino, Elias il contrabbasso, Emilia il clarinetto e Leni, come ho detto, cantava, la voce un po’ roca e sussurrata ma definita e intonata, sensuale, misteriosa. I capelli sciolti, biondissimi, sulle spalle.

Il pubblico, incantato, non proferiva parola alcuna. Un silenzio irreale.

La canzone era in lingua inglese ma poi, improvvisamente, cambiava e proseguiva in lingua Yddish, il dialetto giudaico tedesco.

Me lo spiegava Ben, seduto al mio fianco, un amico di papà, ormai per me una specie di nonno. La canzone era “Dance me to the end of love” di Leonard Cohen e come tutte le sue canzoni aveva un testo astruso e misterioso che aveva, come spesso, a che fare con la tradizione ebraica.

E Ben cominciò a svariare nel suo racconto. L’età avanzata e la malattia, quella terribile che affetta la memoria, rendevano il suo eloquio poco comprensibile e io faticavo a seguirlo.

Mi parlava di un campo di sterminio, aperto da Hitler nel 1941, in una località di cui lui non sapeva bene articolare il nome ma che capii si trovasse nella attuale Ucraina. Capii che tutto aveva a che fare con l’olocausto, con i treni nei quali sia lui che mio padre erano stati stipati, ebrei, in maggioranza, ma anche zingari, omosessuali e oppositori politici al regime e condotti in prigionia.

Mi raccontava che allora, in quel campo, venivano scelti alcuni prigionieri che sapevano suonare strumenti musicali e costretti ad esibirsi per loro, i suonatori al centro e tutti gli altri reclusi fuori, in due cerchi concentrici. Suonavano con strumenti di fortuna: una fisarmonica, un violino scordato, una chitarra. Per alleviare le loro sofferenze, per regalare loro pochi momenti di svago, mentre i più deboli, i malati, i più sfortunati venivano condotti, ad uno ad uno, nei forni crematori.  Pochi si erano salvati, forse perché in quel momento utili alla conduzione dei campi o, semplicemente, per fortuna.

Mi chiesi cosa c’entrasse quella canzone con l’olocausto e pensai che Ben ormai avesse perso completamente la ragione, come era successo a papà che, nei suoi ultimi giorni, non ricordava più neppure i nomi della mamma e dei figli e faceva fatica anche ad articolare le parole.

Poi pensai al perché quella canzone fosse stata in parte cantata in lingua Yddish e cercai di ricordare il testo in inglese. E poi capii.

Fammi danzare verso la tua bellezza con un violino in fiamme.
Fammi danzare attraverso il panico finché io non sia in salvo.
Sollevami come un ramo di ulivo e sii la mia colomba diretta verso casa,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

E uno pensa, come io sempre avevo creduto, ad una canzone d’amore, struggente anche.

Ma poi continua.

Fammi danzare fino al matrimonio, fammi danzare continuamente.
Fammi danzare con molta dolcezza e fammi danzare ancora a lungo.
Siamo entrambi al di sotto del nostro amore, e ne siamo sopra.
Fammi danzare fino alla fine dell’amore,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

E quindi compresi che per Cohen la fine dell’amore corrisponde alla fine della vita. E la vita finisce con la fine di ogni sentimento di umanità, perpetrato dai nazisti nei campi di sterminio. Fammi danzare, o meglio “danzami”, dice Cohen, dentro la vita, dentro l’anima, dentro il cuore, verso la tua bellezza, mentre abbiamo in mano un violino che brucia con noi nel forno crematorio. Portiamo avanti il nostro amore finché non ci bruciano. Finché, come detto, “morte non sopraggiunga”. Morte che può far tornare in polvere i nostri corpi (ed il violino) ma non le nostre “anime”, ovvero l’immenso sentimento di amore che ci ha legati in vita e che ci legherà per sempre.

Ed era proprio questo che cantava a Berlino in quei giorni Leni con il suo gruppo alla Ballhaus. E gli spettatori erano prevalentemente ebrei, figli e nipoti di persone internate nei campi e non più tornate.

Insomma, ci trovavamo di fronte ad una specie di rito laico che aveva lo scopo di nutrire la memoria su quei fatti. Anche quella di chi, la memoria, l’aveva persa ormai per sempre.

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