Un giorno su una spiaggia
Lei deve imparare ad amare, mi diceva il dottore. Un uomo, una donna, un cane, un gatto. Ad amare.
Seduti sulla spiaggia appena tiepida in una incerta giornata di giugno, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte immaginando la Corsica. Un timido sole velato.
Una nave mercantile di acciaio, ingombrante, ferma davanti da ore. Più lontano, una selva di barche a vela piccolissime. Ad Ovest le sagome, avvolte da un po’ di foschia, delle isole della Palmaria e del Tino.
Un pescatore ha piantato due canne sul bagnasciuga ed attende paziente una improvvisa tensione delle lenze. Le secchie vuote. Una ragazza inguainata in una tuta variopinta si affanna a correre sulla sabbia ingombra di sterpi, incespicando.
Lei, con l’indice destro, si accomoda una ciocca di capelli biondi dietro l’orecchio. Lui si chiede di quale esatta gradazione di azzurro siano i suoi occhi. Turchese. Pervinca.
È cominciato tutto dopo quell’incidente, continua lei.
Lui cerca di prenderle la mano con la sua, ma è un gesto goffo, sgraziato.
Come quella mattina quando si era presentato a sorpresa sulla soglia del piccolo negozio di lei. Alto, massiccio, un orso biondo, ha sbattuto i piedi come per fare cadere la polvere dalle suole prima di varcare l’uscio e ha scosso le spalle robuste per farle meglio aderire alla schiena dello spolverino chiaro.
Buongiorno Ingegnere, come mai da queste parti?
Potrei dirle che passavo di qui per caso ma non vorrei cominciare con il piede sbagliato.
Cominciare cosa.
Ancora non lo so.
II
Lisa abbandona la mano destra nella mano sinistra di lui. È grande, calda e asciutta. Teme che la sua, fredda e umidiccia, possa provocargli repulsione.
L’ho saputo, dice lui.
Saputo cosa.
Dell’incidente, me ne ha parlato Antonio.
Lisa è contrariata perché suo marito ha parlato di questioni private con un estraneo.
È accaduto circa un anno fa, ricorda lei. Pioveva e ho svoltato a destra, in una strada stretta. C’era una grossa pozzanghera ed ho sbandato, verso sinistra. Mi sono scontrata con un’altra macchina, ma andavamo piano e non ci siamo fatti tanto male. Ho sbattuto la testa.
Si tocca con un dito la fronte ad indicare una sottilissima, quasi impercettibile, cicatrice sotto l’attaccatura dei capelli. L’ingegnere pensa che sia deliziosa.
Una nuvola ricopre il sole e la temperatura cala improvvisamente. Comincia a fare freschino.
Lei rabbrividisce. Lui se ne accorge e le copre la schiena con il suo spolverino. Ha per un attimo la tentazione di cingerle le spalle con il braccio, ma non osa ancora.
Sono stata alcuni giorni in ospedale. In…. Si attarda a trovare la parola.
Osservazione, l’aiuta lui.
In osservazione, sì. Piangevo sempre, non lo so perché. Ero disperata. Da allora non ho più guidato.
Il cielo si sta rannuvolando e il pescatore comincia a ritirare le canne.
Torniamo, dice lei.
Si alzano e camminano sulla spiaggia. Lui la sorregge tenendole un braccio, fragile e sottile; pensa che si potrebbe spezzare solo con una stretta più forte.
Raggiungono il molo e ora hanno lo sguardo verso le Apuane, che si stanno coprendo di nuvole. Quando le nuvole vanno ai monti. C’è aria di pioggia.
Lisa lo guarda fisso negli occhi, alzando il mento, perché lei è piccolina e lui un gigante.
E poi ho fatto quella cosa.
III
Nauseata dalla quantità di sangue che sgorgava dalle sue vene e dal rintocco improvviso del rosso sul bianco del lavandino, si sedette intontita sul pavimento del bagno e, in quel momento, ci ripensò, e cominciò a piangere, a urlare, a chiamare aiuto.
Vennero in fretta perché erano in un ospedale e qualcuno imprecava, un altro diceva Perde sangue. Per fortuna la ferita è superficiale. Portate una lettiga. Dobbiamo fermare l’emorragia. Trasportiamola subito in infermeria.
Ora Lisa racconta con un filo di voce e l’ingegnere si china su di lei per ascoltarla.
Mi ritrovai in una clinica su un lago. Una magnifica vista dalla finestra della mia camera. Alle volte passavo ore a scrutare dietro i vetri le acque un po’ torbide e ad ammirare i cigni, le anatre, le alzavole.
Ero, per lo più, sempre da sola. Alberto veniva a trovarmi qualche volta ma parlavamo poco. Mi teneva le mani. Si sentiva in colpa, in qualche modo. Poveraccio.
Un’infermiera, una donna alta e forte che doveva piegarsi sulle ginocchia per scrutarsi bene allo specchio, mi portava le pillole e le gocce.
La sera veniva lo psichiatra, un bell’uomo slanciato e segaligno, un po’ impettito. Rimaneva a parlare con me a lungo. Mi chiedeva sempre di mio padre, dei nostri rapporti. Poi una sera presi il coraggio. Non c’entra mio padre, gli dissi, è una cosa che ho fatto io. Un mio segreto. Era un amico del babbo che ci veniva a trovare a volte nella nostra casa in montagna. Era spiritoso, simpatico. Mi diceva che ero bella come una fata con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Mi prendeva per le braccia e mi faceva fare la giostra in volo.
Quando cominciò a sussurrarmi di non dirlo a nessuno, iniziai a vergognarmi e davvero non avrei mai confessato quella cosa ad anima viva, men che meno ai miei genitori che avrei profondamente deluso.
Capisci. È un attimo scivolare in un mondo dove più gli uomini ti piacciono e più ti fidi di loro, più sono cattivi.
Poi un giorno il dottore mi disse La trovo davvero bene. Dimentichi il passato, torni in Italia, si innamori e sia felice.
Non posso innamorarmi.
IV
Il mare è calmo e il vento, che proviene da sud ovest, un libeccio teso e costante, è l’ideale per navigare in quel tratto di costa.
La barca, un dodici metri a vela, si mette in moto dolcemente e si dirige verso l’uscita del porto.
Ruggero, l’ingegnere, ha invitato Lisa e Alberto oltre ad un’altra coppia di amici, Giacomo e Giada, per una gita sino a Porto Venere. Poiché Giacomo, un avvocato cinquantenne brizzolato dal fisico un po’ atticciato, è già un esperto di navigazione, l’ingegnere si è proposto di insegnare ad Alberto i primi rudimenti della vela. Gli ha pertanto affidato il timone ma, quando non fa le giuste manovre, lo redarguisce scherzosamente. Alberto, terrorizzato dalla paura di sbagliare, è teso e dà l’impressione di non divertirsi affatto. Da anni lavora nell’azienda di import/export dell’Ingegnere e, nonostante il rapporto di amicizia che li lega, è pur sempre il suo datore di lavoro.
Le donne, Lisa, Giada e Rosa, la moglie dell’Ingegnere, sono in costume da bagno e giacciono sul ponte, mezze sdraiate, a chiacchierare.
Giunti nei pressi di Punta Bianca, decidono di gettare l’ancora per fare il bagno. Si tuffa subito Giada, una donna sportiva, dal fisico asciutto e nervoso, la pelle cotta dal sole. Con poche forti bracciate, si allontana dalla barca per dirigersi verso la spiaggia di ciottoli. La segue subito l’ingegnere che nuota dietro di lei, con fare vigoroso. Alberto e Giacomo rimangono a bordo. Lisa e Rosa parlottando tra loro, stanno progettando di scendere, con prudenza, dalla scaletta.
Ruggero torna, sempre a nuoto verso la barca, e raggiunge la scaletta per porgere aiuto a Lisa, incerta. Essendogli sfuggita la sua mano, la sorregge per la vita con mano ferma. Poi lei si lascia scivolare sul dorso, accanto al lui. Pensa che l’ingegnere, in modo un po’ adolescenziale, stia cercando di mettersi in mostra per lei e questo la fa sorridere internamente. Poi lui pone la mano anche alla moglie, una donna di mezza età dalla complessione chiara e dalle forme arrotondate. Le due donne si limitano per un po’ a lasciarsi cullare sul pelo dell’acqua. Anche per risalire dalla scaletta, Lisa ha bisogno di essere sorretta sui fianchi.
Alberto e Giacomo sono rimasti a bordo a fumarsi una sigaretta.
La navigazione prosegue sino a Portovenere dove calano ancora l’ancora per consumare un pranzo leggero che hanno preparato le signore.
Tornano verso il porto nel primo pomeriggio, con la pelle arrossata dal sole e tirata dal salmastro, con un po’ di sonnolenza e di stanchezza addosso. Ora al timone si è messo Giacomo, mentre l’Ingegnere e Alberto si occupano delle vele. Durante il ritorno, Ruggero comunica ad Alberto che il lunedì successivo c’è bisogno che si rechi a Londra per un impegno di lavoro che si protrarrà per alcuni giorni. Alberto ne è un po’ stupito perché ancora non gli era stato preannunciato nulla ma, conoscendo lo stile del suo datore di lavoro, non ne è neppure particolarmente sorpreso. Conferma che ci andrà.
Prima di attraccare alla banchina, Lisa riceve un messaggio dell’Ingegnere sul telefonino.
V
Lisa si sveglia affamata. Non le succedeva da anni.
Ruggero sta dormendo e russa. Più che un russare è un ronzare. Si è addormentato con il braccio e la gamba destra sopra di lei. Lisa ha una gamba intorpidita. Vorrebbe spostarla ma ha paura di svegliarlo. Il corpo le duole da più parti ma è una sensazione piacevole. Come quando si esce dalla palestra e i muscoli fanno male ma le endorfine donano effimeri istanti di felicità. Lui ha il corpo ricoperto di un sottile strato di peluria bionda, sul petto, sulle gambe, sugli avambracci. Supina, osserva il soffitto della camera. Una macchia bianca senza lampadari né plafoniere. Le stanze degli alberghi sono sempre male illuminate.
La sera precedente hanno cenato nella trattoria dell’albergo. Nella sala ristorante dell’hotel della piccola località di mare solo altri due tavoli erano occupati. A giugno la stagione turistica non è ancora cominciata nel suo pieno. In un tavolo due americani, riconoscibili dall’accento gutturale, in un altro, forse, degli arabi, con ospiti locali. I locali parlano un inglese basico, terribile, ma si fanno capire. Parlano di prezzi, consegne, qualità del prodotto. Chissà perché in questa città parlano tutti a voce così alta e gesticolano.
Hanno mangiato poco perché, in certe occasioni, lo stomaco si stringe per l’urgenza del desiderio e hanno bevuto prosecco da quattro soldi. Giusto quello che basta per provocare un po’ d’ebrezza.
Poi in camera non hanno più parlato. Le brutture, i ricordi dolorosi, i sensi di colpa, i rimorsi. Tutto fuori. Lui l’ha spogliata e l’ha accarezzata a lungo sul viso, sul collo, sui piccoli seni appuntiti. Poi si sono uniti, condividendo.
Ruggero si sveglia e si stropiccia gli occhi. Hai fame?