Il Conte

I

Mi è stato recapitato l’avviso in portineria quando ero in ufficio.

La portinaia me lo ha dato personalmente la mattina dopo, non appena mi ha visto uscire per andare al lavoro. Mi ha fermato e me lo ha passato con fare circospetto come se volesse farmi capire che non aveva voluto farlo vedere ad altri.

L’ho ringraziata e ho aperto la busta che conteneva un solo foglio. Era della Polizia di Stato e diceva che dovevo presentarmi con urgenza al Commissariato Greco – Turro chiedendo dell’Ispettore Nicotra.

Ho capito subito di cosa si trattasse.

Ho chiesto una giornata di permesso all’ufficio del Personale e l’indomani mi sono presentato al Commissariato.

Era una chiara mattina di settembre ormai non più così calda. Indossavo un abito scuro fresco di lana di peso leggero. Camicia bianca e cravatta blu. Insomma, la divisa.

Avevo studiato il percorso su Google Maps e sono sceso alla fermata della metropolitana Istria sulla Linea Lilla, poi ho seguito le indicazioni e mi sono trovato di fronte alla porta di ingresso del Commissariato.

È un grande edificio d’angolo, di mattoni rossi con tetto spiovente bianco, un po’ simile ad una pagoda.

Mi sono presentato in guardiola e ho mostrato l’avviso al piantone. Mi ha chiesto di attendere in una piccola sala con una grande vetrata sull’esterno. Sul muro alcuni fogli ingialliti. Le istruzioni su cosa fare in caso di furto e la lista dei documenti necessari per il passaporto. Li ho letti per passare il tempo.

Poi è venuto un agente e, scortandomi tra corridoi affollati e in disordine, mi ha fatto entrare in un ufficio con una scrivania vuota sulla destra ed un’altra più piccola dietro alla quale era seduto un agente in divisa. Mi ha detto che l’Ispettore Nicotra sarebbe arrivato a momenti e mi ha pregato di sedermi in una poltroncina ricoperta di tessuto chiaro, logoro e macchiato, dinanzi alla scrivania laterale.

Sulla parete erano appesi decine di piccoli quadretti recanti encomi ordinari e solenni ottenuti dall’Ispettore Nicotra, nella maggior parte dei casi per avere arrestato delinquenti e sventato rapine o scippi.

Quando è entrato l’Ispettore mi sono ricordato di averlo già visto. È un uomo massiccio, di bassa statura, quasi completamente pelato. Indossa jeans sformati e una maglietta polo di colore verdastro.

Mi ha sorriso e mi ha teso la mano con cordialità. Dottor Forti, la ringrazio molto di essere venuto. Mi sono alzato e ho ricambiato la forte stretta di mano, guardandolo negli occhi. Ha uno sguardo allegro ma penetrante, sicuro, da esperto poliziotto qual è, abituato a battere i marciapiedi.

Per lusingarlo, cercando di mostrargli altrettanta amabilità, gli ho fatto i complimenti per gli encomi affissi sulla parete. Si è schermito, ma era evidente che gli faceva piacere.

Dott. Forti, mi ha detto, lei deve avere molta pazienza. Lo so che è già stato più volte interrogato dai miei colleghi, ma ora questa indagine è stata affidata a me e sto per andare in pensione. Congratulazioni, gli ho risposto, un bel traguardo. Sì, era proprio l’ora, ha replicato. Sa, ho compiuto sessantaquattro anni e, alla fine dell’anno, saluto tutti.

Ora però, ha aggiunto con fare più severo, ho bisogno che lei mi racconti tutto per bene sin dall’inizio. L’Agente Maccanico verbalizzerà il nostro colloquio. Spero che lei si sia preso un po’ di tempo da dedicare a noi. Perché le anticipo subito che ci vorranno alcune ore.

Da dove vuole che cominci, gli ho chiesto. Dall’inizio, da quando ha conosciuto il Conte.

II

Il Conte. In banca mi avevano avvertito sin dall’inizio del nomignolo che era stato affibbiato a questo giovane imprenditore del ramo tessile. In realtà, non era Conte lui né lo era il padre, scomparso prematuramente, dal quale aveva ereditato la ditta. Forse lo era stato il nonno. Sta di fatto che lo chiamavano tutti così.

La Società che aveva ereditato assieme alle due sue sorelle era una seteria storica nata nei primi del Novecento. Nella brochure della Società si diceva addirittura che avesse fornito sete al Vaticano e allo Stato italiano per il confezionamento delle bandiere. A partire dagli anni Settanta avevano poi fatto soldi a palate con gli stilisti milanesi del made in Italy.

Lui si chiamava Giorgio Molteni e avrà avuto circa trent’anni, poco più di me, che, a ventotto anni, dopo la laurea magistrale in Banca, Finanza e Mercati Finanziari all’Università di Pisa e l’assunzione in una Filiale locale di una grande banca nazionale, ero stato da poco trasferito a Milano nella Divisione Corporate e Investment Banking, settore Mid Corporate.

Era un bel ragazzo, moro e atletico, con i capelli rasati sulla nuca e un po’ lunghi sulla fronte. Indossava un abito blu di lino, firmato. Sotto la giacca una t-shirt bianca.  Mocassini color cuoio. Dalla manica si scorgeva appena un tatuaggio sul braccio destro che arrivava sino al polso. Forse la testa di un serpente. Il volto, abbronzato, era per lo più atteggiato al sorriso anche se gli occhi scuri, sfuggenti, tradivano, a volte, una malcelata timidezza, altre volte, qualcosa di più torbido.

Era accompagnato da un signore un po’ più anziano di lui, il Direttore Amministrativo, che si chiamava Guido Cattaneo. Un personaggio piuttosto anonimo, stempiato e corpulento, con un risolino stereotipato perennemente sulle labbra che me lo face subito risultare antipatico.

Giorgio mi diede subito del tu, pregandomi di fare altrettanto con lui. Volle sapere da dove provenivo e dove avevo studiato. Gli dissi della Laurea a Pisa. Mi chiese perché non avessi pensato di frequentare la Bocconi. Gli precisai che a Pisa c’è una Facoltà ugualmente prestigiosa e che, comunque, non avrei mai potuto permettermi le rette di una Università privata e, soprattutto, il soggiorno in una città costosa come Milano.

Aveva bisogno della ristrutturazione del fido. La sua azienda presentava un momento di difficoltà. Mi parlò della crisi globale, dei mercati orientali, della concorrenza sleale da parte di aziende che sfornavano prodotti di scarsa qualità a basso prezzo, ma la sua azienda, giurò, era solida, con buoni fondamentali. Gli chiesi copia degli ultimi bilanci della Società, la conferma delle garanzie già in essere e la presenza di eventuali altri impegni finanziari.

Ci lasciammo con la promessa, da parte loro, che ci avrebbe fatto pervenire, anche via e-mail, la documentazione richiesta e, da parte nostra, che avremo comunicato loro, in tempi sufficientemente brevi, la nostra decisione sulla proposta di ristrutturazione della linea di credito, alla quale avrebbe dovuto far seguito, misi subito in chiaro, un piccolo aumento dello spread del tasso di interesse.

Non ci sentimmo più per quasi un mese. I tempi di decisione nelle Banche, anche le più efficienti, non sono molto rapidi. Ogni tanto chiamava il Direttore Amministrativo per chiedere notizie. Gli dicevo che dovevano avere ancora un po’ di pazienza ma che, no, non c’era alcun motivo per essere preoccupati.

Vivevo, come vivo ancora, in un monolocale nel quartiere Isola, un antico rione di Milano, di recente divenuto molto di moda per la movida. In realtà il quartiere si anima solo la sera e nei week end, quando i giovani – e non più giovani – impiegati, designer, pubblicitari, vengono a spendere i pochi soldi guadagnati e ad alzare il loro tasso alcolico. Durante la settimana, però, è ancora una zona davvero popolare, con i mercati, i piccoli negozi, le sciure con il carrello della spesa.

Ogni sera telefonavo alla mamma che risiede in una piccola località di mare sulla costa tirrenica. Dopo la morte del babbo aveva subito un contraccolpo e, a volte, la sua agilità mentale risultava un po’ ottenebrata. Nonostante l’età ancora sufficientemente giovane era riuscita ad andare in pensione a causa dei numerosi problemi di salute. Per questo cercavo di andare a trovarla ogni week end, ma, molte volte, dovevo lavorare anche al sabato e quindi rimanevo a Milano. Avevo anche una ragazza laggiù, Fulvia si chiamava, ma il rapporto ormai si stava esaurendo e nessuno dei due aveva ancora avuto il coraggio di troncare. Anche con lei ci si sentiva al telefono e quando le dicevo che non potevo scendere, ci rimaneva male ma non protestava mai.

Arrivò finalmente la delibera favorevole da parte della Direzione e telefonai a Giorgio per comunicarglielo personalmente.

Fu molto contento – fin troppo, pensai – e mi ringraziò tantissimo, con molta enfasi. Mi invitò a prendere un aperitivo con lui in Corso Como. Non ci vidi niente di male ed accettai. Era il 31 di maggio, un venerdì, ricordo.

III

Per andare in Corso Como dal Quartiere Isola si attraversa un tratto urbano completamente trasformato e ancora in fase di completamento.

Da Via Volturno ci si imbatte in un muro dipinto con colori accesi, porpora, azzurro e arancione, con una scritta in bianco che recita: “una città è un paesaggio umano che guarda l’orizzonte urbano”. Si attraversa, quindi, Via Confalonieri e si entra in un giardino con alberi ancora bassi, perché appena piantati. A destra un edifico, di forma cubica, marrone, denominato Casa della memoria, che ospita alcune associazioni che con la loro attività mantengono viva la memoria della storia d’Italia, dalla Resistenza agli anni del terrorismo e la Piccola biblioteca libera, uno spazio all’aperto delimitato da strutture di legno di colore lilla dedicato alla lettura e ai lettori che portano lì liberamente i propri libri per prelevarne gratuitamente altri. Di fronte i due edifici del Bosco Verticale ricchi di piante su ogni piano la cui conformazione botanica cambia da stagione a stagione. Verde e rigogliosa in primavera, un po’ più triste in inverno con arbusti scheletriti.

All’orizzonte compare poi la grande mole della Torre Unicredit con la sua guglia slanciata simile ad una lancia rivolta verso il cielo. La copertura di vetro della Torre riflette il sole al mattino e rispecchia i due edifici del Bosco Verticale.

Passato il giardino si entra in una passeggiata un po’ in salita che porta direttamente in Piazza Gae Aulenti. Una piazza circolare con negozi ed edifici commerciali tutto intorno e, al centro, una fontana con acqua bassa dove i bambini in estate sguazzano a piedi nudi, rincorsi dalle mamme ansiose.

Scendendo la scalinata ad ampi gradoni, da Piazza Gae Aulenti si arriva direttamente in Corso Como che termina sull’arco di Porta Garibaldi.

Quel giorno, un venerdì sera, ero particolarmente sereno perché stavo concludendo favorevolmente una delle prime pratiche di credito che mi erano state affidate, andavo a fare conoscenza con Giorgio Molteni, il Conte, che alla fine mi stava risultando simpatico, e andavo a prendere l’aperitivo in uno dei locali più esclusivi di Milano.

Appena giunto sul luogo che mi era stato indicato, Giorgio mi venne incontro, vestito sempre in abito di lino bleu, mocassini dello stesso colore e t-shirt bianca. Mi strinse la mano con calore e mi accompagnò al tavolo dove erano già seduti il Direttore Amministrativo, che già conoscevo, e due ragazze.

Una era di fanciullesca bellezza: bionda, con i capelli adagiati in onde sulle spalle e scalati sui lati del viso, un volto ridente, costellato di piccole lentiggini e occhi di color azzurro pervinca. Indossava un vestito rosso, di stoffa leggera, lungo e drappeggiato, con decorazioni floreali e sandali dello stesso colore con tacchi non molto alti. Era elegante ma, al tempo stesso, aveva uno sguardo così aperto, vivace e spontaneo che la faceva apparire come una bambina felice. Appresi più tardi che era di origine russa.

L’altra era mora, alta, dallo sguardo più serio, la struttura atletica, i jeans aderenti e camicetta larga, color cannella.

Mi vennero presentate entrambe. La bionda si chiamava Olga, la mora Francesca.

Mi sedetti. Olga sembrava essere molto in confidenza con il Direttore Amministrativo. Ciò contribuì a rendermelo ancora meno simpatico.

Giorgio aveva ordinato champagne che portarono in un secchiello con i bicchieri a tulipano. Propose un brindisi alla conclusione positiva della pratica e bevemmo. Non riuscivo a staccare gli occhi da Olga che ricambiava, mi parve, i miei sguardi con simpatia.

Giorgio accennò appena al fatto che fossero due amiche, senza aggiungere altri commenti.

Non ricordo di cosa si parlasse, perché dopo la prima bottiglia si passò alla seconda e io non ero abituato a bere. Le ragazze se ne andarono dopo un po’ ma noi rimanemmo ancora e arrivarono anche superalcolici e altre donne, tutte belle e appariscenti, probabilmente delle escort. Poi fu la volta di una cantante di colore accompagnata da un chitarrista, forse sudamericano. Ci trasferimmo subito dopo in una sala privata dove cenammo e continuammo a bere: whisky e vodka. Ci portammo infine in una discoteca molto rumorosa, lì di fronte, dove ballammo fino al mattino.

Giorgio e Guido ogni tanto uscivano dalla stanza e ritornavano poco dopo, come rigenerati. Ero ingenuo, allora, e molto brillo quella sera e non pensavo alla ragione più logica di quelle uscite. Andavano a sniffare cocaina o a farsi di pillole, o entrambe le cose.

Quando furono ormai quasi le sei del mattino ci salutammo ed io mi diressi, traballante, verso casa.

Mi ritrovai, senza capire come fosse avvenuto, su una panchina del parchetto che porta al quartiere Isola, vomitando sul selciato mentre ormai cominciava ad albeggiare.

Raggiunsi casa a tentoni con la testa che mi si stava spaccando. Sulla soglia incontrai la Signora Maria, la mia coinquilina nonché padrona di casa, che si era appena alzata. Appena mi vide capì subito in che condizioni mi trovassi. Borbottando imprecazioni e reprimende nei miei riguardi in milanese, mi   fece entrare in casa sua e mise sul fuoco un pentolino di acqua nel quale aggiunse il succo di due limoni. Questo strano, disgustoso, intruglio che mi costrinse ad ingurgitare mi fece ulteriormente andare di stomaco ma subito mi sentii un po’ meglio. Scuotendo la testa severamente mi fece capire che, se avessi preso le abitudini di quei debosciati che passano le serate nei bar e nelle discoteche di Corso Como e dintorni, io, che a questa vita non ero abituato, mi sarei presto ammalato. Mi fece, quindi, promettere solennemente che ciò non sarebbe più successo. Glielo promisi, poi entrai nel mio appartamento e mi gettai sul letto. La mattina successiva dovevo andare a trovare la mamma.

IV

La mamma sedeva sulla poltrona a fiori, fatta ricoprire più volte, nel piccolo soggiorno inondato dal sole di inizio giugno alto sul mare, e strizzava gli occhi. Non parlava ma sorrideva lievemente e ascoltava o forse, fingeva. Le raccontavo del mio lavoro, evidenziando i successi e omettendo le preoccupazioni. A volte tacevo, per verificare se fosse del tutto cosciente, ma lei quasi non se ne accorgeva e abbassava lo sguardo sul grembo borbottando qualche parola tra sé. Rimanevamo così anche per molti minuti, senza parlare.

Stefano, sospirò, come per assaporare il nome del suo unico figlio, e quella ragazza, come si chiama? Fulvia, intendi. Sì, lei, è brava, vero? Sì, mamma, è brava. Ti vuole bene. Sì, mamma, penso di sì. Ti faccio un caffè. Sì, mamma grazie.

Avevo ancora la testa che mi doleva come se fosse spaccata in due per gli stravizi della sera prima. Il caffè, forse, mi avrebbe fatto bene. Si alzò barcollando ma, una volta in piedi, si avviò verso la cucina con passo sicuro. Rimasi seduto nel soggiorno a sentire il clangore dei pezzi di ferro della caffettiera, che la mamma smontava e rimontava ogni volta, e del cucchiaino sul barattolo del caffè. Immaginai la polvere che si spargeva sul ripiano d’alluminio della cucina perché era solita fare il monticello senza fare pressione.

La raggiunsi in cucina per non costringerla a portarmi la tazzina. Attesi con lei in silenzio che il caffè gorgogliasse e salisse spargendo nell’aria quel buon profumo che ricordavo. Lo versò in due tazzine. Sorseggiammo il caffè insieme. Era così buono che mi vennero le lacrime agli occhi.

Rientrando in soggiorno feci per prenderla per un braccio ma si divincolò, gentilmente, per farmi capire che non aveva bisogno di alcun sostegno.

Tornammo a sederci. Le parlai di quella persona, di nazionalità eritrea, che sarebbe venuta a farle compagnia a partire dal lunedì successivo. Non si doveva preoccupare del costo, l’avrei aiutata io. Cercò di dirmi che era autosufficiente e che non aveva bisogno di nessun aiuto. Non ti dà aiuto mamma, sta solo con te. Sono lontano e mi sento più tranquillo se so che non sei sola.

Le parlai ancora di come fosse bella Milano e di quanto mi trovassi bene là. Continuava a guardarmi sorridendo.

E quella ragazza, come si chiama, ti vuole bene, vero?

Ci salutammo, dicendole che le avrei telefonato lunedì sera, per sapere come si era trovata con la badante.

Andai a prendere Fulvia che si fece trovare nella piccola piazza prospiciente il viale a mare. Indossava un vestito leggero di color giallo pallido con i fiori di colore rosa e lilla e sandali appena rialzati. Portava i capelli rossicci raccolti in una coda bassa.

Ci baciammo, sfiorandoci appena le labbra, e ci avviammo verso il molo.

La conducevo tenendole il braccio. Il vento tiepido di scirocco ci accarezzava dolce. Attraversammo il viale e ci avviammo verso la spiaggia, tenendo sulla destra la pineta.

Giungemmo nella piccola piazza che conduce al molo dove sorge un monumento intitolato ai marinai d’Italia e proseguimmo lungo la passeggiata che prima costeggia la spiaggia e poi la scogliera sino a giungere allo slargo dal quale, verso occidente, si vedono le isole della Palmaria e del Tino. Il sole era ancora alto, ma si apprestava a calare.  

Ci sedemmo sul sedile di marmo. Sino ad allora nessuno di noi due aveva proferito parola.

Come vanno gli esami, iniziai io. Sto preparando procedura civile ed è un casino, rispose. Il Professore vuole sapere solo le cose che lui ha detto a lezione e chi non è riuscito a seguirle sempre deve studiare sugli appunti, che vanno a ruba.

Ce la farai, come sempre. Sei una secchiona, scherzai.

Stefano, cambiò discorso bruscamente, pensi di riuscire, prima o poi, a farti trasferire più vicino?

No, Fulvia e, francamente, neppure lo voglio. Il lavoro che faccio ora, non potrei mai espletarlo in una Filiale di provincia e poi, a dirla tutta, a Milano mi trovo bene.

Avrei dovuto dirle che, una volta laureata, avrebbe potuto lei raggiungermi e trovare lavoro a Milano, ma non lo feci.

Tornammo indietro perché oramai il sole era tramontato e sentivamo freddo.

V

In Corso Como, dalle 17 in avanti, di fronte ai bar e ai ristoranti gli inservienti cercano di intercettare i passanti – aperitivo ragazzi? – per invogliarli a sedersi, all’interno del locale o nei tavolini prospicienti, che restano in funzione anche nella stagione fredda, schermati da grandi teli di plastica e riscaldati da stufe elettriche a stelo con copertura rotonda. I funghi.

Quel giorno avevo appuntamento con un collega della banca ed erano le sette di sera. Sedetti in uno dei tavolini all’aperto e mi feci portare un bicchiere di vino rosso in attesa del collega che era in ritardo.

Ciao, mi sentii chiamare. Era Olga, la ragazza che avevo incontrato quella sera con Giorgio. Portava i capelli biondi raccolti in una treccia, indossava una camicetta di colore turchese, jeans di coloro blue scuro e stivaletti neri con il tacco. Gli occhi azzurrissimi, le impercettibili lentiggini e il sorriso gioioso mi fecero sentire bene.

Ti ricordi di me, vero? Lo disse ridendo con il tono di chi è consapevole che nessuno di lei si sarebbe mai potuto dimenticare.

Certo, come no, farfugliai. Olga, vero?

Sì. Poi fece finta di mettere il broncio. Io però non mi ricordo il tuo nome.

Stefano, ma forse neppure te lo avevo detto. Stefano Forti, lavoro in Banca.

Sì, sì, quello me lo ricordo. Giorgio e Guido ti considerano il loro salvatore.

Raccontò che si era fidanzata con Guido, il direttore amministrativo dell’azienda di Giorgio, e mi informò che avevano intenzione di sposarsi molto presto.

Continuò a parlare, con un flusso di parole interrotto ogni tanto da scoppi di risa, cercando di comunicarmi tutta la sua gioia per l’avvenimento, mentre io smettevo di seguire il filo del suo discorso perché non potevo fare a meno di chiedermi, con una fitta di gelosia, lo ammetto, che cosa ci trovasse in quel personaggio, insignificante e inquietante assieme, e quale futuro pensasse di costruirsi con lui che altro non era che un dipendente; in pratica, il portaborse di Giorgio.

Quando arrivò il mio collega, mi accorsi che non avevo seguito quasi nulla di tutto quello che Olga mi aveva detto. Lì presentai l’uno all’altra, poi lei ci lasciò buttando lì un Mi raccomando, considerati invitato.

Si allontanò ondeggiando sui tacchi mentre il mio collega le ammirava il sedere fasciato nei jeans aderenti ed io sprofondavo sempre di più nel mio cattivo umore.

La sera mi chiamò Giorgio per dirmi che avevano organizzato per il venerdì della settimana successiva, il sette giugno, un ricevimento all’ora dell’aperitivo per festeggiare il fidanzamento di Guido con Olga e mi fece anche il nome del locale. Gli chiesi se fosse da molto che si frequentavano, perché, precisai, quella sera che ci eravamo incontrati non avevo capito che fossero una coppia.

Cose che succedono, rispose ridacchiando, da cosa nasce cosa. Dai, continuò, devi esserci, ormai sei uno dei nostri.

Gli chiesi il numero di telefono di Francesca, l’altra ragazza di quella sera. Oh, ottima scelta, precisò. Ti mando il numero su Whats up.

Chiamai Francesca quel giorno stesso. All’inizio lei fu sorpresa della telefonata, che non si aspettava, ma poi accettò con entusiasmo il mio invito per un aperitivo la sera successiva.

Scelsi un locale di Isola, perché Corso Como, – allora non lo capivo ma ora so perché – stava cominciando a darmi la nausea.

Io ero già seduto ai tavolini all’aperto mentre Francesca giungeva con andatura elastica. Era più attraente di come la ricordassi. Alta, atletica, spalle larghe e fianchi stretti. Portava i capelli castani tagliati all’altezza delle spalle con la frangetta. Quella sera indossava occhiali con la montatura nera che non nascondevano gli occhi truccati bene con una sfumatura di ombretto rosa e le lunghe ciglia ornate di rimmel. Un accenno di rossetto rosa pallido. Indossava una specie di tailleur pantaloni scuro ma dal taglio sportivo. Veniva verso di me con passi ampi e sicuri.

Mi alzai e le andai in contro. Quando la raggiunsi lei si chinò verso di me per sfiorarmi le guance con le labbra. Notai che era più alta di me, nonostante i tacchi bassi.

Ci sedemmo ed ordinammo da bere.

Mi disse subito che la mia telefonata l’aveva sorpresa, ma favorevolmente, perché mi aveva giudicato da subito come un soggetto interessante. Capii che era una persona franca e diretta che comunicava senza giri di parole. Anche questo la rendeva seducente.

Mi raccontò che studiava ingegneria al Politecnico, laurea triennale, ma che era anche una sportiva, principalmente una tennista ma che amava anche fare jogging e nuotare.

Le parlai di me, dicendole che avevo una ragazza nella località di mare dove ero nato e cresciuto ma che ci stavamo lasciando.

Le osservai le mani lunghe e abbronzate con le unghie curate ma non laccate e tenute corte. Emanava un buon profumo. Mi disse che anche lei era da poco uscita da una storia con un ragazzo più grande che l’aveva fatta soffrire.

Le chiesi se fosse da molto che conosceva Olga. Mi guardò con fare sospettoso, cercando di intuire se avessi per caso invitato lei per arrivare all’altra.

Poi sorrise. No, caro Stefano, ci conosciamo da poco e, se devo dirtela tutta, mi aveva chiesto lei di venire quella sera in Corso Como proprio perché sapeva che avevano invitato una persona di riguardo che poteva avere bisogno di incontrare una ragazza. Rise di gusto e mi allungò una mano che le sfiorai appena. La ritrasse e aggiunse, sempre sorridendo. Quella sera però sembravi avere occhi solo per lei e, quindi, mi sono ritirata in buon ordine.

Balbettati qualcosa per giustificarmi.

No, disse lei, va bene lo stesso, sai? Anche se cominciasse tutto come un ripiego per me non sarebbe un problema.

Questa volta le presi entrambe le mani, che trovai asciutte e calde, e la guardai negli occhi per alcuni secondi senza parlare.

Le chiesi se le fosse piaciuto rimanere a cena con me ma mi disse, sorridendo, che doveva andare perché aveva un impegno a cena con i genitori che festeggiavano un anniversario o qualcosa di simile.

L’accompagnai alla fermata della Metro di Via Volturno e, prima che scendesse le scale, le sfiorai le labbra con un bacio. Prometti che mi chiami? disse. Certo, le risposi.

VI

Olga vestiva ancora di rosso, quella sera. Venerdì 7 giugno. Un vestito lungo e leggero con inserti geometrici bianchi e motivi floreali. Portava i capelli raccolti in una treccia ripiegata sul capo a foggia delle donne dell’est. Indossava scarpe rosse con tacchi a spillo altissimi.

Notai che i suoi occhi non emettevano più quei lampi di gioia bambinesca che mi avevano conquistato. Anche se sorrideva a comando quando salutava le persone o reagiva a qualche facezia, il suo volto era come ombreggiato da un alone di tristezza o, forse, di rassegnazione. Come se qualcuno o qualcosa l’avesse corrotta per sempre e lei fosse rimasta abbandonata lì, pur nella sua solita bellezza, sciupata, indurita. Ad esaminare a lungo il suo volto, si scorgevano, quando pensava che nessuno la guardasse, lampi di pura crudeltà.

Guido volteggiava, come l’imbecille qual era, nel suo abito scuro con camicia bianca dall’enorme colletto stile anni ’70 senza cravatta, ridendo con gli amici che non gli risparmiavano battute volgari a sfondo sessuale e continuava a bere un bicchiere dopo l’altro. Mostrava già sulle ascelle grossi aloni di sudore.

Giorgio gironzolava sorridendo sornione, mentre addentava tartine e sorseggiava un margarita. Mi prese per un braccio. Mi hanno detto che esci con Francesca, sibilò alitandomi in faccia Tequila. Abbiamo solo preso un aperitivo, risposi. Mi dispiace che non sia stata invitata, disse. Meglio così, mi venne da rispondere.

Pensai con terrore che la festa sarebbe potuta finire come la prima volta a vomitare su una delle panchine del parco. Cercai quindi di contenermi, svuotando in qualche recipiente d’occasione il bicchiere ogniqualvolta mi veniva riempito. Pensai anche a come avrebbe reagito la signora Maria se mi avesse visto ancora arrivare nelle condizioni dell’altra volta.

Ero seduto su di un divanetto a conversare con un conoscente della banca che avevo incontrato lì per caso, quando sentii più voci brille cominciare ad alzarsi. Olga? Dove è andata? Ti ha già messo le corna Guido, e giù risate. Dai veramente, dov’è?

Mi alzai e, approfittando del fatto che quasi nessuno mi conosceva, uscii dal locale che si trovava subito all’inizio di Corso Como.

Non so perché ma mi indirizzai a passo lento ma sicuro verso Piazza Gae Aulenti e, da lì, verso la discesa che porta al quartiere Isola. Poi, giunto all’altezza della Casa della Memoria, presi a destra. Notai per terra una scritta argentata “Populus Alba” e mi chiesi per un breve istante quale ne fosse il significato mentre continuavo a dirigermi verso destra. Erano quasi le 10 di sera ed iniziava appena a fare buio. Era già scattata l’ora legale.

E la vidi. Seduta su una panchina. Davanti, per terra, un’altra scritta argentata. “Fraxinus excelsior”. Capii più tardi che il Comune di Milano comunica in tal modo ai cittadini il nome scientifico dei piccoli arbusti, appena piantati, destinati a crescere. Pioppi, Frassini ecc. Sembrava che ci fossimo dati un appuntamento. Se qualcuno mi avesse chiesto perché fossi andato sin lì non avrei saputo rispondere ma l’avevo trovata proprio lì perché sapevo che ci sarebbe stata.

Mi sedetti accanto a lei. Vidi che piangeva. Stefano, farfugliò, ho fatto una cazzata, ho fatto una cazzata. Mi prese le mani. Dai è normale, le risposi, stai per fare un passo importante, è naturale che ti senta nervosa.

Stefano portami via. Sei tu quello che voglio, dal primo giorno che ci siamo incontrati, possibile che non te ne sei accorto. Ci baciammo. Sentivo il sapore dell’alcool e del suo rossetto. Fu un bacio profondo ma non riuscivo ad eccitarmi, tanto assurda era la situazione.

Cercai di riportarla in sé e le dissi che dovevamo ritornare al locale. Anzi, lei doveva precedermi, perché non ci dovevano vedere rientrare assieme.

La scortai per un pezzo, poi la lasciai andare. Corricchiò sui tacchi alti per la discesa che riporta a Corso Como e la vidi a distanza rientrare nel locale ridendo.

Avrei fatto meglio a non seguirla, lo so. Ma lo feci, sia pure con alcuni minuti di ritardo.

Pensavo che nessuno mi notasse. Incrociai invece lo sguardo rabbioso di Guido e quello sorpreso di Giorgio che mi avvicinò buttando lì un: Grazie.

VII

Cominciai ad uscire con Francesca. La sera stessa in cui la invitai a cena, salì nel mio appartamento e facemmo l’amore. Era da un po’ che non facevo sesso. Fui passionale e irruento. Mi parve che anche a lei piacesse così.

Andavamo anche a correre alla Montagnetta e al Parco Trenno e, qualche volta, a giocare a tennis ma, in questo, lei era troppo più brava di me.

Frequentavamo anche il cinema, l’Anteo. Amava il cinema impegnato e mi portava a vedere spesso pellicole straniere. La prendevo in giro perché non si perdeva un film pakistano o palestinese. Poi si usciva a cena, una pizza, niente di che, e poi a casa mia.

Mi presentò anche ai suoi genitori. Il padre era un ingegnere, un professionista più che benestante. Un milanese un po’ bauscia, interista, innamorato dell’unica figlia e, quindi, molto sospettoso nei miei riguardi. La madre era un’insegnate di italiano al Liceo, l’intellettuale della casa. Da lei Francesca aveva ereditato la passione per la letteratura e per il cinema. Dal padre, invece, aveva acquisito il fisico atletico e la passione per lo sport. Abitavano in zona San Siro in una palazzina a due piani vicina al galoppatoio. Un’abitazione borghese con tanto di domestico cingalese.

Lei era innamorata di me. Lo diceva e lo dimostrava. Io non so se lo ero davvero. Il sesso era fantastico e lei era veramente una persona attraente sotto molti punti di vista.

Mi aveva anche chiesto di portarla a conoscere mia madre, ma non me la sentivo. La mamma peggiorava, infatti, di giorno in giorno. Io la andavo a trovare ogni due settimane, durante i week end ma non rimanevo con lei che un solo giorno, poi ripartivo per Milano. Ormai penso che non mi riconoscesse quasi più. La badante, che io pagavo con i soldi della sua pensione, la teneva bene, pulita e ordinata.

Solo a volte mi chiedeva del lavoro o della mia ragazza ma, quando le rispondevo, sembrava che non mi ascoltasse più e cambiava argomento magari solo per criticare la badante che non le cucinava mai le melanzane alla parmigiana. Poi tornava a chiedermi del lavoro o della mia ragazza. Sindrome di demenza senile, diceva il medico, progressiva e irreversibile.

Mi era capitato, una di quelle volte che ero sceso al mare, di incontrare Fulvia ma lei aveva fatto finta di non vedermi e aveva distolto lo sguardo. Meglio così, non mi ero comportato bene con lei.

Ormai eravamo all’inizio di luglio. Con Francesca progettavamo anche di fare un po’ di vacanze insieme ma lei aveva esami sino alla fine del mese. Decidemmo di prenderci un po’ di ferie ad agosto.

VIII

Era, un mercoledì, ricordo, di una bella giornata di inizio luglio, quando mi chiamò il Capo Area. Ciao, Stefano, come stai? Ci vai al mare? No, non per ora. Penso di fare le ferie ad agosto, risposi. Ma neppure nei week end? Continuò. In realtà, no. Di solito rimango a Milano.

Senti, riprese, vengo al punto. Giorgio Molteni. Che ha fatto? Chiesi. Sta sforando. In che senso, dissi imbarazzato. In che senso? Nell’unico senso possibile. Alzò di alcuni punti l’intensità della voce. Un paio di volte lo sconfinamento si tollera, ma lui da oltre un mese sta costantemente sotto. Sì, sapevo che fosse in difficoltà, ribattei io, ma non credevo fino a questo punto. E poi, gli abbiamo appena aumentato il fido. Beh, chiamalo e digli che deve fare un versamento. Almeno cinquantamila euro. Altrimenti dovremo revocargli il fido e metterlo ad incaglio.

D’accordo. Ero imbarazzato. Avrei dovuto controllare più spesso il conto corrente del cliente senza aspettare che fosse il capo area ad accorgersene. D’accordo, ripetei, gli telefono subito. Vallo a trovare, ribatté il Capo Area. È meglio se lo vai a trovare.

Cercai il suo indirizzo. Lo stabilimento si trovava in una località chiamata Capiago Intimiano a dieci chilometri circa dal lago di Como.

Si trattava, come ho già accennato, di una seteria storica fondata all’inizio del Novecento dal titolare e gestito ora dalla quarta generazione.

Secondo i dati forniti dall’Ufficio Studi della Banca, al distretto di Como era allora riconducibile circa l’80% della produzione serica europea. L’Osservatorio fotografava l’intera filiera italiana, ma restringendo il campo di indagine al distretto comasco, i dati raccolti tramite l’indagine campionaria svolta da Confindustria Moda e dal Gruppo Filiera Tessile di Confindustria Como mostravano un consistente aumento del fatturato negli ultimi due anni.

Il settore andava bene, quindi, e l’Azienda era comunque sana, o meglio, lo sarebbe stata se l’attuale generazione di proprietari, Giorgio e le due sue sorelle, fossero stati prudenti e parsimoniosi come i genitori e i nonni che avevano rifornito i maggiori stilisti del made in Italy a partire dagli anni Settanta. Il fatto era che questa quarta generazione, a partire da Giorgio, che era l’effettivo gestore dell’azienda, era diventata più affezionata alle feste, alle conoscenze altolocate, ai ricevimenti nei locali alla moda, ai viaggi all’estero, alle barche a vela, insomma a tutti quei simboli di benessere che spesso non vanno tanto a braccetto con la necessità di tenere un’azienda profittevole anche nei periodi meno brillanti, come si apprestava ad essere quello che si cominciava ad attraversare, anche a causa della concorrenza orientale.

Dopo essermi munito di grafici e prospetti, messi a disposizione dall’Ufficio Studi della Banca e dagli uffici amministrativi, telefonai a Giorgio per fissare un appuntamento.

Stefano, come stai? Rispose subito con voce squillante. Bene, grazie. Una pausa. Vorrei venire a trovarti, quando ti fa comodo.

Ahi, brutto segno. Di che cosa si tratta? Penso che tu lo immagini, interloquii. È per quello sconfinamento, ritengo. E quando pensi di venire? Continuò. Anche domani, se per te non è un problema. Rimase un attimo in silenzio. Ok. Vieni domani verso mezzogiorno così ti invito a pranzo. Dissi qualcosa per cercare di evitarlo, ma sapevo che con lui non sarebbe stato possibile e, quindi, alla fine, acconsentii.

L’indomani verso le undici, presi una autovettura aziendale e mi misi in viaggio.

Attraversai la sopraelevata sopra la Stazione Garibaldi, giunsi sino a Via Enrico Fermi e poi proseguii per la Milano Meda e, quindi, per la Strada Statale 35. Non c’era molto traffico a quell’ora e soprattutto in quel periodo, con le scuole ormai chiuse, ed avevo pertanto deciso di non prendere l’autostrada. Seguendo il navigatore arrivai dinanzi allo stabilimento alle undici e trenta, un po’ prima dell’ora stabilita. Si trattava di un complesso fatto di tre corpi. Una costruzione in cemento, di colore grigio, con gli uffici amministrativi, sulla destra, un edificio in mattoni contenente probabilmente un magazzino, al centro e la fabbrica in vetro cemento con le rifiniture bianche, sulla sinistra.

Parcheggiai nel cortile e mi avvicinai alla palazzina uffici. Non trovai una portineria presidiata e quindi salii le scale andando un po’ a tentoni. Trovai una impiegata alla quale chiesi indicazioni. Mi disse che dovevo salire ancora di un piano. Gli uffici sembravano deserti a quell’ora. Mi avvicinai a quello che mi era stato indicato come l’ufficio del Conte. La porta era chiusa e bussai. Udii un certo tramestio e alcune risatine. Poi sentii la voce di Giorgio. Avanti, disse. Socchiusi la porta e misi dentro la testa. In piedi, contro la finestra, stava Giorgio. Accanto a lui una donna bionda in jeans, camicetta bianca e scarpe rosse laccate con il tacco alto. Olga. Lei si voltò verso di me e, nascondendo benissimo la sorpresa, mi venne incontro sorridendo e mi baciò. Giorgio sorrideva a sua volta. Un sorriso tirato. Hai visto? Mi disse. Ora anche Olga ci dà una mano in azienda. Visto che è quasi di famiglia.

Scusate, non volevo disturbare ma, non c’era nessuno che… Nessun disturbo, riprese il Conte, stavamo finendo. Ora Olga ci lascia. Siediti Stefano.

Olga uscì ondeggiando ironicamente la mano nell’aria in segno di saluto.

Allora? Dimmi tutto. Lui era rimasto in piedi dietro la scrivania e con la schiena contro la finestra.

Beh, Giorgio, come certo saprai siete fuori dall’accordato da oltre un mese. E questo dopo che vi abbiamo aumentato il fido. Ho fatto di tutto ma la mia Direzione mi dice che, se non rientrate in tempi brevi…

E se non rientriamo? Ora aveva assunto un’aria più seria, minacciosa, i lineamenti si erano induriti e lo sguardo gli si era fatto più cupo.

Giorgio, presi coraggio. Senza giri di parole. Se la Società non rientra rapidamente, Vi dobbiamo revocare il fido, passare tra i clienti ad incaglio e segnalare in Centrale Rischi.

Non potete tollerare ancora qualche mese?

Temo di no. Rimasi in silenzio.

E di quanto avete bisogno?

Almeno cinquantamila euro.

Almeno.

Almeno. Confermai.

Non è semplice.

Ok. Scosse le spalle. Fammi fare un paio di telefonate. Intanto chiamo anche il ristorante. Mi guardò fisso negli occhi.

Devo uscire?

Sì, se non ti dispiace. Raggiungi Olga. Sta nell’ufficio di fronte.

Uscii dal suo ufficio, ma invece che in Olga mi imbattei in Guido che mi salutò con studiata, esagerata, cordialità. Stefano, che piacere, mi disse tendendomi la mano. Era molliccia e sudata e pensai che questo fatto contrastasse con la sua simulata disinvoltura e tradisse, invece, il nervosismo che tentava di nascondere. Intanto ci aveva raggiunti Olga.

Non so se conosci la mia fidanzata, celiò. Lei mi sorrise e io le ricambiai il sorriso. Rimanemmo un po’ in imbarazzo sinché Giorgio non uscì dal suo ufficio e mi fece cenno di entrare. Mi congedai da Guido e Olga ed entrai nuovamente nell’ufficio di Giorgio. Questa volta mi fece sedere davanti alla sua scrivania, poi prese una sedia e si accomodò accanto a me.

Intanto ti ringrazio per essere venuto personalmente. La considero una manifestazione di amicizia. Ecco quello che posso fare, proseguì. Ti faccio un assegno di cinquantamila euro, ma senza data. Notò il mio imbarazzo, ma proseguì. Vi prego solo di metterlo all’incasso non prima di un mese. Devo ricevere alcuni pagamenti. Prima non posso proprio. Aiutatemi.

Mi allontanai dal suo ufficio per telefonare a mia volta al Capo Area e, ottenutone l’assenso, rientrai da Giorgio. Va bene, dissi subito, ma dovresti darmelo oggi stesso, l’assegno, anche se privo di data. Si sedette, prese il libretto e compilò un assegno. Me lo porse e lo misi nel portafoglio dopo averlo piegato per bene. Ora ero io ad essere in imbarazzo.

Dai, chiamiamo gli altri e andiamo a pranzo. E mi condusse fuori dalla porta dell’ufficio.

Scendemmo le scale e, quando giungemmo nel cortile, fummo raggiunti da una signora elegante in tailleur di seta bleu, con i capelli biondi tagliati corti sulla nuca e la frangetta sulla fronte. Si avvicinò sorridente. Era una delle sorelle maggiori di Giorgio. Veniva, mi parve, dall’edifico bianco. Quando si avvicinò e fummo presentati mi porse la mano; le dita erano talmente piene di anelli che mi fece male alle dita. Si chiamava Claudia. Era sposata ed aveva due bambini.

Salimmo su due macchine, per non stare troppo stretti. Su quella di Giorgio, una Jaguar di colore grigio metallizzato, salirono Claudia e Olga. Sulla mia salì Guido al posto del passeggero.

Giungemmo in un ristorante con splendida veranda che si affacciava sul lago. Io mi sedetti tra le due donne, Olga alla mia destra, Claudia alla mia sinistra. Giorgio e Guido sull’altro lato del tavolo. Ordinammo il risotto con il filetto di persico che era la specialità della casa.

Claudia era anch’essa una donna cordiale, allegra, spiritosa; sotto la giacca del tailleur portava una camicetta bianca aperta che metteva in mostra la fessura del seno procace e uno spicchio di reggiseno di pizzo bianco. Aveva un buon profumo aspro e asciutto, piuttosto maschile. Dopo alcune frasi di circostanza la sorella cominciò a motteggiare Giorgio per il fatto che non avesse ancora una fidanzata. Lui, dapprima, cercò di sfuggire l’argomento insistendo sul fatto che, lavorando così tanto, voleva solo, nel tempo libero, godersi la vita e le donne. Poi venne fuori che una quasi fidanzata in effetti c’era ed era anche l’erede di un’altra importante azienda del settore, dall’unione con la quale, sostenne Claudia, scherzando ma neanche troppo, sarebbero potute nascere importanti sinergie per la loro azienda.

Mi girai lentamente verso la mia destra dove sedeva Olga e, sotto il sorriso sempre luminoso, percepii, ma solo per un istante, uno sguardo tagliente rivolto a Giorgio. Guido, al suo fianco, invece, sorrideva beato mentre si ingozzava di risotto.

L’argomento venne lasciato cadere e si riprese a chiacchierare.

Giorgio mi chiese di parlargli di Francesca. Di meglio non potevi scegliere, disse, è bella, colta e piena di grana. Rise facendo il segno della conta del denaro facendo scorrere il dito pollice sull’indice.

Scossi la testa per minimizzare, confermando comunque che mi trovavo con lei molto bene.

Quando venne il momento di accommiatarci, e ci salutammo, Olga mi fece scivolare un bigliettino nella tasca della giacca. Mi sentii morire perché non avrei mai voluto che se ne fosse accorto Guido. Lo guardai in faccia mentre lo salutavo ma aveva sempre in faccia quel sorriso stampato, felice e un po’ ebete.

Tornai a Milano dopo pranzo, un po’ brillo per il vino bevuto ma sereno perché avevo l’assegno in tasca. Tirai fuori dalla tasca il biglietto. Era stato strappato da un tovagliolino di carta e recava scribacchiato in fretta un numero di telefono. Voleva che la chiamassi, evidentemente. Ma non lo feci.

IX

Una settimana dopo, mi telefonò ancora Giorgio per dirmi che ci sarebbe stata un’altra festa in Corso Como. Ancora? Ribattei. Cosa si festeggia adesso?

Il tuo fidanzamento, rise. Feci finta di non capire. Francesca è sotto esami in questi giorni e non può uscire. Dai, continuò, evidenziando il suo eloquio alcolico, c’è sempre una buona occasione per sbronzarsi con qualche bella figa. Va bene, te lo dico: è il compleanno di Guido.

Non gli dissi né sì né no. Sapevo che andare a quella festa sarebbe stata una pessima idea. Maria, la mia padrona di casa, non poteva dire che non mi aveva avvertito. Come tutte le abitanti storiche di Isola, odiava Corso Como e tutto quel marciume: tavolini all’aperto, discoteche, locali cafoni, alcol a fiumi e cocaina.

Ne parlai con Francesca. Mi confermò che doveva studiare e che, comunque, non amava quel tipo di feste. C’era stata solo una volta, mi disse, e le era bastata. Inoltre, mi confermò che con Olga non erano amiche. Le chiesi se avesse avuto problemi se ci fossi andato io. Fece una pausa poi aggiunse, ridacchiando. Basta che ti comporti bene.

E alla fine ci andai. Il locale scelto era sempre in Corso Como ma in un locale diverso da quello delle volte scorse. Era sulla sinistra, guardando Porta Garibaldi e vi si accedeva passando attraverso un arco che conduceva in un giardino. L’appuntamento era per le dieci di sera ma arrivai apposta un po’ in ritardo. Saranno state le dieci e mezzo.

Per arrivare alla sala delle feste si passava per un sentiero illuminato da torce che attraversava un giardino all’inglese, rigoglioso e arruffato. Sui due lati tavole imbandite che dovevano essere state ricche di ogni bontà culinaria, ma che ora, trascorsa ormai un’ora dall’apertura del buffet, erano rimaste quasi prive di vettovaglie. I beveraggi, invece, venivano rimpiazzati sempre con tempestività e sui tavoli di fronte, in fondo, alcuni barman erano in continuo movimento per preparare nuovi drink. Afferrai alcune tartine senza neppure capire quello che stavo mettendo in bocca. Non avevo fame.

Agguantai uno spritz che un cameriere in livrea e guanti bianchi mi stava porgendo e mi diressi verso la sala posta alla fine del giardino.

La prima persona che vidi fu proprio Olga, bella e splendente come sempre, ma con lo sguardo sempre più duro, a tratti impaurito. Mi vide e mi si avvicinò baciandomi sulla guancia. Un profumo agrumato, pungente. Era ben truccata, come sempre, con le labbra rosso corallo. Indossava un abito azzurro lungo, di seta comasca di ottima qualità, che le lasciava scoperte le spalle. Vidi anche Giorgio che si limitò a sollevare il bicchiere da lontano verso di me, con un sorriso acido. Poiché non mi aveva fatto cenno di avvicinarmi, non lo feci. Non vedevo Guido che, invece, avrebbe dovuto essere presente visto che era il festeggiato.

Olga mi prese per il gomito e mi condusse verso il giardino. Ero molto in ambasce.

Ad un tratto mi resi conto che aveva un’aria davvero impaurita. Ti ricordi quando ti chiesi di portarmi via? mi disse. Avevi bevuto ed eri troppo nervosa, replicai. Mi interruppe. Dovevi farlo, perché non lo hai fatto? Ascolta Olga, ci stanno guardando tutti. Lasciami perdere. Rientriamo, finiamo questa farsa del compleanno di Guido e farmi andare a casa, te ne prego. La scostai, rientrai nel salone principale e mi diressi verso Giorgio.

Feci finta di niente. E Guido, dissi, dov’è il festeggiato? Si è assentato, rispose Giorgio. Qualche grana di lavoro. Ma ora rientra. Dobbiamo ancora spengere le candeline. E rise. Era chiaramente già brillo ma lo era sempre in queste circostanze. Agguantai ancora qualcosa da bere e trangugiai senza neanche capire di che cosa si trattasse.

Poi Guido arrivò. Era meno gongolante del solito ma sempre con il consueto sorriso di circostanza sulle labbra. Al suo fianco era ricomparsa Olga, sempre bellissima. Solo io, probabilmente, riuscivo a vedere quella traccia di paura nei suoi occhi. Poi fecero arrivare la torta, sembrava più una torta nuziale che non una torta di compleanno. Cantarono tutti la canzone degli auguri. Giorgio osservava con aria furbastra, con gli occhi velati di ubriachezza. Olga era sempre a fianco di Guido che si accingeva a tagliare la torta.

Da quel momento non mi ricordo più molto. So che bevvi troppo e mangiai poco. Davvero non mi stavo divertendo. Non so esattamente quando mi accorsi che Olga era scomparsa. Ma non me ne importava più, di Giorgio, di Guido, di Olga, volevo solo andarmene via e sbarazzarmi di tutta quella gente.

X

Camminavo scalzo, salendo e scendendo scale luride di un appartamento che mi sembrava di conoscere ma nel quale mi perdevo, saltellando di stanza in stanza. Non c’erano corridoi o vestiboli. Da una stanza si entrava in un’altra. Entrai in un salotto, scendendo delle scale dall’alto verso il basso. C’era gente e sapevo di essere, non invitato, in casa d’altri. Sperai che i legittimi occupanti non mi scoprissero. Incontrai persone, ad un certo punto, ma mi parve che non badassero a me. Mi accorsi allora di essere nudo dalla cintola in giù e cercai di coprirmi il sesso tirando forte verso il basso la maglietta. Avevo voglia di orinare. Lo feci cercando di centrare un vaso di bronzo sul pavimento ma finii per farla tutta fuori. Le persone attorno mi guardarono, allora, con, legittima riprovazione. Avevo la testa che mi scoppiava dal dolore. Sembrava che mi si spaccasse in due. Per contenere l’imbarazzo cercai di fuggire da quella casa saltando dalla finestra. Era un salto molto alto ma non stavo precipitando; piuttosto cercavo si scendere, tenendomi di volta in volta ai cornicioni ed ai terrazzi, sino a che non raggiunsi un marciapiede pieno di immondizie sulle quali scivolai sporcandomi tutto, nel disgusto più profondo. Intravidi la sagoma di un ubriaco su una panchina che mi chiamava agitando un braccio. Sentii una sirena che sbraitava e che contribuì ad acuire la mia emicrania.

Mi svegliai capendo che era il telefono che squillava.

Lo cercai, cadendo dal letto e lo raggiunsi a carponi. Sentii la voce di Giorgio. Dove sei, cosa fai? Strillava. Non sai nulla di ciò che è successo.

Barbottai di no.

Olga, disse, l’ha uccisa lui, a coltellate.

Cominciai a prendere coscienza.

Che dici. Olga. Dove, quando.

L’hanno trovata questa mattina presto, verso le cinque, dei passanti. Sai in quelle panchine sotto i frassini? (Fraxinus Excelsior pensai). Era in un lago di sangue. I poliziotti sono andati a prenderlo. Era a casa, ubriaco. L’hanno portato in caserma.

Ma che dici. Urlai. Di chi parli.

Di Guido. È stato lui. Maledetto. Vestiti e vieni qui, in Corso Como.

Incredulo mi alzai. Mi sciacquai appena la faccia, indossai un paio di jeans strappati e una felpa scura. Inghiottii due aspirine e mi precipitati a passo svelto verso Corso Como.

Lo trovai ai tavolini di un bar in condizioni non tanto diverse dalle mie. Spettinato, con la faccia gonfia e le occhiaie. Aveva un cappuccino davanti a sé. Ne ordinai uno anch’io.

Mi sedetti. Raccontami bene, gli dissi.

Mi ha chiamato lui, Guido. Mi ha detto che la polizia era venuto a prenderlo e che lo stavano portando in caserma. Olga è stata trovata morta sotto una delle panchine del parco vicino al Bosco Verticale. È stata uccisa a coltellate. Sono risaliti a lui da oggetti contenuti nella sua borsa. Un suo biglietto con il quale aveva accompagnato l’anello di fidanzamento. Sono corsi a casa sua e pare che vi abbiano trovato tracce di sangue dappertutto. L’ha ammazzata, capisci?

Ma perché? Perchè? Rantolai.

Per gelosia. E scosse la testa guardando verso il basso. Aveva capito che anch’io me la scopavo.

Ed è vero? Chiesi. Sì, certo. Pensavo che fosse chiaro. Lui la sposava e io me la scopavo.

Fui preso da una rabbia furibonda. Lo afferrai per il collo. Poi mi accorsi che mi stavano guardando tutti, lo lasciai e scappai verso casa.

Mi asserragliai presso la mia abitazione senza mettere il naso fuori per tutto il week end. Mi chiamarono il giorno dopo in commissariato. Non era l’Ispettore Nicotra, ma altri agenti. Erano tutti in una grande stanza e stavano cercando di interrogare tutti quelli che erano presenti alla festa.

Mi chiesero se conoscessi la persona che era stata uccisa. Mi dissero di parlare di Guido e di Giorgio. Risposi dicendo con sincerità tutto quello che sapevo. Avevo l’impressione che non avessero dubbi sulla colpevolezza di Guido.

Mi dissero che al termine delle indagini sarei stato nuovamente convocato.

XI

L’Ispettore Nicotra era stato ad ascoltarmi paziente, senza mai interrompermi ma guardandomi sempre fisso negli occhi con attenzione e senza manifestare alcuna emozione, mentre l’agente Maccanico verbalizzava. Solo a tratti l’agente mi chiedeva di interrompermi e di ripetere la frase.

È tutto? Mi chiese Nicotra.

Sì. D’altra parte, ero già stato interrogato dai suoi colleghi.

Ci fu un attimo di silenzio. Poi, ritenendo che fosse venuto il suo momento di parlare, attaccò.

Vede, iniziò, quella sera i nostri colleghi hanno trovato nella borsetta della vittima un biglietto che le aveva dato Cattaneo quando le aveva donato l’anello di fidanzamento e sono risaliti facilmente a lui. Sono andati dal ragioniere la mattina presto e lo hanno trovato in casa da solo, ancora con i postumi della sbronza. Si era evidentemente lavato ma non era riuscito ad eliminare dal pavimento e dai vestiti alcune macchie di sangue. Sangue che corrisponde a quello della Nedeva. Olga, insomma. Ha però negato fermamente di essere lui l’assassino.

Ha raccontato che, al termine della festa, si era accorto che signorina Nedeva si era assentata. Dice però che non era la prima volta che succedeva e che, anche in occasione di una precedente festa, era scappata ed era stata ritrovata, proprio da lei, Dott. Forti, su quelle panchine vicine al Bosco Verticale. È vero, questo?

È vero, confermai.

Sostiene quindi di averla trovata sdraiata proprio lì sulla panchina, coperta di sangue, di averla toccata per cercare di rianimarla e di essersi in tal modo sporcato. Sostiene poi di essere corso a casa, preso dalla paura, di aver fatto una doccia, cercato di eliminare tutte le tracce e di essersi infine messo a letto. Sino a quando non si sono presentati i nostri colleghi.

Come ho già detto si è subito proclamato innocente, dicendoci di chiamare il Dott. Molteni, suo datore di lavoro, che era anch’egli alla sua festa di compleanno.

Molteni, da noi raggiunto prontamente la mattina stessa, ha ammesso di essere stato presente alla festa anche lui. Pare che sia scorso alcol a fiumi quella sera e che foste tutti completamente ubriachi. Anche lui ha confermato che la Signorina Nedeva se ne era andata prima di tutti ma che nessuno ci aveva dato particolare peso perché, anche lui conferma, lo aveva già fatto in una precedente occasione. Lui accusa senza ombra di dubbio il Cattaneo che, a suo dire, sarebbe stato geloso avendo scoperto la relazione che intercorreva tra lui stesso e la ragazza. Relazione di cui Molteni non fa alcun mistero.

Ovviamente abbiamo sentito tutti i partecipanti alla festa che abbiamo potuto rintracciare. Non siamo certi che siano proprio tutti. A quelle feste in locali aperti al pubblico si entra e si esce senza che nessuno controlli nulla. Sì, è vero, ci sono le telecamere di sorveglianza ma come si fa a riconoscere e identificare tutte quelle persone.

Comunque. Tutti confermano che la vittima ad un certo punto, quando la festa era ancora in corso, era scomparsa. Poi tutti hanno cominciato ad uscire alla spicciolata. Il primo è stato lei, Forti, poi Molteni e, infine, Cattaneo.

Ovviamente, il principale sospettato è proprio Cattaneo che è stato trovato con le mani nel sacco, come si dice, e che aveva un movente. La gelosia.

L’altro ipotetico assassino è ovviamente Molteni stesso. Anche se il movente appare più fragile. Era l’amante della donna che stava per andare in sposa al suo dipendente, il suo braccio destro. Perché ucciderla? Cattaneo li aveva scoperti e allora? È scapolo anche lui e non aveva nulla da perdere. Certo poteva anche essersi innamorato. Fece una pausa come per far capire che credeva poco a questa ipotesi.

Sta inoltre di fatto che avrebbe un alibi.

Un alibi, ripetei.

Sì un alibi. Dice di essere uscito, mezzo ubriaco anche lui, con un una ragazza cubana e di essere andato a casa di lei. Fece una lunga pausa. La ragazza ha confermato.

O, intendiamoci, potrebbe essere stata anche un’altra persona ad uccidere la Nedeva, anche un estraneo. Uno che ha trovato la ragazza sulla panchina e che l’ha aggredita.

C’è da dire, però, aggiunse, che nulla è stato rubato (la ragazza aveva al dito l’anello di fidanzamento di un certo valore) e che non c’è stata alcuna violenza sessuale né consumata, né tentata.

E poi, abbiamo trovato anche un altro, fece una pausa, quasi testimone.

Lo guardai, interrogativo.

Un senza dimora, un ubriacone. Un barbun, come dite voi a Milano. Rise, poi fece un gesto con la mano dalla testa verso il basso come per scacciare un pensiero. Ma, già, neanche lei è milanese.

Insomma, continuò. Questo senza tetto dice di essere stato quella sera su una di quelle panchine e si ricorda di aver visto la ragazza. Una bella tosa, dice. C’era un lampione acceso che illuminava la scena.

Bene. Afferma questo signore – e guardi bene che, anche lui, era ubriaco fradicio – che, poco dopo, la ragazza è stata raggiunta da un uomo con una giacca scura che ha tentato di abbracciarla e di baciarla mentre lei lo respingeva. Solo che non ne ricorda i lineamenti, non lo saprebbe riconoscere, rammenta solo che nella colluttazione, la manica della giacca si è sollevata e ricorda di aver visto che quest’uomo aveva un tatuaggio sull’avambraccio. Ma voi giovani di tatuaggi ne avete un po’ tutti, no? Ne ha uno, a forma di iguana, mi hanno detto, il Cattaneo e uno, a forma di serpente, il Molteni. Il senza tetto, tuttavia, non ha assistito all’assassinio. Afferma infatti di essersi allontanato quando la donna era ancora viva. Per cui non è detto che l’uomo con il tatuaggio sia anche l’assassino.

L’unica cosa che avremmo potuto fare era quella di mettere il senzatetto a confronto con i sospettati sperando che riconoscesse qualcuno. Ma sa com’è andata poi?

Lo guardai con aria interrogativa.

È sparito, scomparso, volatilizzato. E allargò le mani come fanno i prestigiatori che fanno scomparire qualcuno o qualcosa in un giorno di prestigio.

E quindi dobbiamo fare con quello che abbiamo.

Comunque, il Molteni ha un alibi e tutti gli indizi portano a Cattaneo che alibi non ne ha. È anche vero che il Conte potrebbe aver corrotto la ragazza cubana ed averla indotta a dargli copertura.

Rimase in silenzio per un po’. Poi aggiunse, guardandomi negli occhi ma alzando la voce per farsi sentire bene da Maccanico. Credo che dovremmo torchiare per bene la prostituta brasiliana. D’altro canto, a ben pensare, un movente potrebbe avercelo anche Molteni. È stato lei, Dott. Forti, a raccontarci che aveva una specie di fidanzata promessa sulla quale la famiglia faceva un certo affidamento. Non è vero?

Scossi la testa. Era una cosa emersa quel giorno al pranzo sul lago, ammisi. Ma nulla di più.

Ora però, Forti, mi dica di lei. Quando è uscito dalla festa e quando è arrivato a casa? Non mi dica che aveva bevuto troppo perché questo lo sappiamo già.

Aveva cambiato il tono colloquiale e, tutto sommato, amichevole che aveva caratterizzato per ora il nostro colloquio ed aveva assunto un’aria sbirresca.

Balbettai. Quando sono andato via dalla festa Olga era già sparita. Ma Giorgio, Molteni intendo, e Cattaneo erano ancora lì. Penso di essere uscito poco dopo mezzanotte.

E quando è arrivato a casa sua? Non è lontana a piedi.

Questo francamente non riesco a stabilirlo.

E l’ha vista nessuno?

Temo di no, balbettai.

L’ispettore si voltò verso l’appuntato che verbalizzava ammiccando, quindi si rivolse verso di me.

Vede Forti, riprese, sempre con l’espressione da duro, le devo dire alcune cose.

Rimasi immobile ad ascoltarlo.

Lei, come funzionario di Banca, deve ancora fare esperienza.

Gli lanciai uno sguardo interrogativo.

E sì, caro ragazzo. Mi scusi per il ragazzo, e riprese a sorridere. Se in Banca aveste fatto le indagini che abbiamo fatto noi sbirri, non solo alla Azienda del Conte non avreste dovuto aumentare il credito ma avreste dovuto revocargli tutti gli affidamenti.

Rimasi in silenzio.

La Società è virtualmente fallita. Il Conte, come si fa chiamare – e fece un gesto con una mano per evidenziare quanta stupida prosopopea ci fosse in quell’appellativo – il Conte, dicevo – e le sue stupide sorelle – hanno sperperato il patrimonio della Società e della famiglia. Inoltre, come se non bastasse, si sono messi in affari con gente di malaffare. E altro non le posso dire. Quindi. Non so se quell’assegno fosse o meno coperto. Ma, che lo sia o meno, chiudete con quella Società prima che sia troppo tardi. E, forse, già lo è.

Ero impietrito.

Ma anche come persona, le debbo dire che lei mi ha molto deluso. Come fa un bravo ragazzo come lei. Perché lei è un bravo ragazzo, lo so. Uno che ha avuto cura di sua madre, vedova. Che ha studiato, anche lavorando per mantenersi agli studi. Che si è laureato così brillantemente. Che ha ottenuto un posto in una grande Banca, senza raccomandazioni. Come vede, sorrise, abbiamo fatto indagini anche su di lei. Come fa, dicevo, un ragazzo così a frequentare certa gente. Le feste, i locali di lusso, le belle ragazze, la droga. E su quella parola si soffermò un po’ più a lungo. E tutto questo per cosa. Non ci risulta neppure che le abbiano dato dei soldi o fatto dei regali. E allora, perché?  Si sentiva per caso come il protagonista di un film hollywoodiano?

Stavo per mettermi a piangere, ma cercai di contenermi.

L’ispettore mi guardò, fisso negli occhi, prima di esplodere la bomba.

Però lei ha un gran culo.

A questo punto non riuscivo più neanche a respirare.

Sì, caro Forti, lei ha un gran culo. Perché ha una vicina di casa, la signora Maria, che è anche la sua locatrice, che le vuole bene e che si preoccupa per lei e, memore del fatto che, in una precedente occasione, l’aveva vista rientrare, ubriaco fradicio alle sei del mattino, la stava curando e l’ha sentita rientrare. Era intorno all’una di notte ci ha detto. Era finita da poco la trasmissione di Guido Vespa, ha precisato con certezza.

E sa quando è stata uccisa la Signorina Nedeva?

No.

Tra l’una e trenta e le due.

Vede, quindi perché le dico che ha un gran culo?

Si scambiò uno sguardo complice con l’appuntato.

Bene, dottor Forti, credo che ora possa proprio andare. La ringraziamo della preziosa collaborazione ma, accetti un consiglio, d’ora in avanti scelga meglio le sue amicizie. Milano è una città che sa offrire tanto anche ai terroni come me. E diresse entrambe le mani distese verso il suo petto. Ma ti può anche stritolare. E così dicendo, strinse i pugni e li arrotolò verso di sé.

Mi alzai, un po’ barcollando e cominciai ad allontanarmi lentamente, procedendo a ritroso.

Ah, Dott. Forti, mi richiamò. Come sta sua madre?

Sempre peggio, Ispettore, ormai quasi non riconosce più nessuno.

Mi dispiace. Le stia vicino.

XII

La spiaggia ad ottobre è ancora calda, anche se non ci sono più gli ombrelloni e gli stabilimenti balneari sono chiusi.

Siamo seduti sulla sabbia appena tiepida in una giornata di sole autunnale.

Una nave mercantile di acciaio, ingombrante, ferma davanti da ore.

Ho portato Francesca a conoscere la mamma. Si fa per dire. Ormai non riconosce più nemmeno me, tranne in alcuni, fugaci, momenti.

Comunque, ci siamo seduti con lei, le abbiamo chiesto di farci il caffè con la moka e l’abbiamo gustato assieme in cucina.

Francesca le parla, compita e assennata come sempre e le sorride anche se la mamma non le risponde.

Quando ci siamo salutati, l’ha abbracciata stretta stretta.

Ora siamo sdraiati sulla sabbia, ancora vestiti ma senza scarpe. Francesca si toglie i calzoni e la maglia, rimanendo in mutande e canottiera. Io mi sfilo a mia volta la camicia e resto a torso nudo.

Francesca zampetta verso il mare e affonda i piedi nudi nell’acqua. Si ritrae. Mi viene da pensare che il prossimo anno, abile nuotatrice com’è, mi sfiderà a chi arriva prima alle boe che delimitano la linea immaginaria inibita alle barche a motore. So che vincerà lei. Senza alcun dubbio.

Francesca mi viene dietro e mi abbraccia cingendomi le braccia nelle sue. Rabbrividisco perché ha le braccia umide. E fredde.

Tira da Sud Ovest un vento teso di Libeccio.

Mi volto e vedo una figura che sta venendo, scalpicciando sulla spiaggia, verso di noi. È un uomo massiccio, di bassa statura, quasi completamente pelato. Indossa jeans sformati e una maglietta polo di colore verdastro.

2 pensieri riguardo “Il Conte”

  1. Bravo Massimo!
    Entra benissimo in modalità Brechttiana in un personaggio un po’ .. ciula.
    Mo’ leggerò “le tapasciate” che fan parte del suo bagaglio umano.

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