Ci siamo sposati il 7 luglio del 1965 e abbiamo fatto il viaggio di nozze con il baule. Nel baule avevo la dote, capisci, dove tenevo le lenzuola e quella roba lì. Io sono del 1945. La mamma diceva Cosa ve ne fate? E Umberto No portiamolo perché queste cose in Svizzera costano care.
Umberto stava in Svizzera già da cinque anni. È venuto a Palermo nel 1963 e ci siamo innamorati. Siamo stati fidanzati quasi due anni. Mio papà è morto nel 1964, a 42 anni, per un infarto. Umberto è tornato giù da Zurigo in quella occasione e mi ha detto Noi ci sposiamo, mi sono stancato di stare da solo. Sappi però che l’Italia per noi è finita, torneremo solo per le ferie. Siccome io l’amavo veramente, Boh, dico, bene, andiamo.
Abbiamo fatto il viaggio di nozze da Palermo a Zurigo. Ci siamo fermati alcuni giorni a Messina, a Milano, mi ha fatto visitare un po’ di altre città e siamo arrivati a Zurigo.
Io sono arrivata a pane pronto, non come lui che aveva sofferto quando era arrivato lì. Oddio, nemmeno poi tanto, in effetti, perché aveva un cugino a Zurigo. Questo cugino aveva un appartamento e un lavoro e ha chiamato Umberto quando aveva già trovato il lavoro anche per lui. Alla Precisa, una fabbrica di macchine da scrivere.
Quando Umberto è andato a lavorare in questa ditta ha fatto tutto in ordine. Ha preso anche un monolocale a Wallisellen, periferia di Zurigo.
Io, quando sono arrivata, sono andata a stare con lui in questo monolocale; cucina, bagno, sala con il letto che si apriva, il divano in un angolo; insomma, era carino. L’appartamento era della Helvethia assicurazioni.
A Zurigo si cominciava a lavorare alle sei e mezza e si finiva alle cinque, con la pausa pranzo. I negozi chiudevano alle sei. Alle 5 e mezzo Umberto era a casa. Per aiutarmi a comprare le cose al supermercato quando era al lavoro, lui cosa faceva? La mattina mi lasciava incise su un registratore le parole in tedesco che dovevo dire per la spesa. Le parole per dire latte, milch, ad esempio. Lui il tedesco lo parlava bene. Il dialetto svizzero, eh.
Lo stipendio era buono ma io non volevo stare e casa. Dicevo Cosa faccio tutto il giorno?
Vicino a dove abitavamo c’era una fabbrica di cioccolato. Verso ottobre vado davanti alla porta di questa ditta e penso Ora busso, e ho bussato. Scusi c’è qualcuno che parla Italiano? Sprechen Italianische?. Viene un signore che parla italiano e io gli dico Vorrei lavorare. Ho detto che ero sposata e che avevo il certificato di matrimonio. E lui Cosa sa fare? Ho fatto un corso da parrucchiera. Ma lei sa ricamare? Si. Mia madre mi ha insegnato a cucire. Allora c’è un lavoro per lei. E mi accompagna dove fanno le confezioni. Sai, per le uova di Pasqua. Ci mettono i nastri, i fiocchi, le rose. Se sa ricamare, dice, sa fare anche questo lavoro. E mi fa provare. Per noi va bene, mi porti i documenti, il passaporto e il certificato di matrimonio. E mi hanno assunta. E questo tutto in una mattina. Io ho pensato. Questo me lo manda un angelo. Quando sono arrivata a casa e l’ho detto a Umberto, lui mi ha risposto Ma sei matta. Ma stai un po’ a casa. Io però sono andata lo stesso a lavorare in questa ditta.
Verso fine dicembre io, non lo sapevo perché, stavo male, andavo sempre in bagno a vomitare. Io venivo dalla Sicilia e avevo vent’anni e non sapevo nulla. Allora una signora mi dice Ma tu sei incinta e io Ma no. Invece era così.
Allora mi chiama questo direttore e mi dice Signora, ascolti, qui non è come in Italia, lei deve licenziarsi. Io ci sono rimasta male. Noi di lei siamo contenti ma non possiamo più tenerla. Loro non pagavano la maternità. Quando lei avrà partorito, torni da noi.
Umberto prendeva quasi 2000 Franchi al mese più la tredicesima e io 500/600. Stavamo bene e andavamo anche in giro perché lui diceva che non saremmo mai tornati in Italia e che ci dovevamo godere la vita. Io, che sono un po’ terrona, gli dicevo Ma mettiamo qualcosa da parte. Lui aveva fatto un’assicurazione con l’Helvethia anche per la malattia; versava 10 Franchi al mese.
Nel settembre 1966 ho partorito Giacomo, all’ospedale pubblico. Dove andava il principe andavo anch’io. Non c’erano ospedali privati. Sono stata in ospedale dodici giorni, trattata come una principessa.
Una settimana dopo da che ero stata dimessa, mi bussano alla porta; era tipo un’assistente dell’ospedale che doveva controllare come tenevo il bambino. Lei si ricorda di me? mi dice. Ero con lei in sala parto. Parlava Italiano. Io non mi ricordavo. Ha spogliato il bambino, lo ha visitato dappertutto e ha scritto una relazione da portare all’ospedale. Lei è una brava mamma, ha detto, e tiene bene il bambino. Dopo tre o quattro mesi mi arriva a casa un vaglia, un assegno, tipo. Avevano visto che gli davo il mio latte e mi hanno dato 700 franchi, una specie di premio.
Umberto alla Precisa costruiva le macchine da scrivere, applicava i tasti. Non era un lavoro duro, anzi, si annoiava, gli sembrava un lavoro da femmine e allora ha voluto cambiare. Ha fatto un corso per fresatore e tornitore ed è stato assunto da un’altra ditta, la Oerlikon, dove guadagnava di più.
Abbiamo anche cambiato casa e siamo andati ad abitare a Dubendorf in una casa più grande, due locali, cucina, bagno e balcone. Poi, quando Giacomo ha compiuto tre anni, nel 1969, abbiamo cambiato ancora e ci siamo trasferiti in Zurichstrasse, sei fermate di autobus dal centro. Pagavamo 400 Franchi di affitto.
Io di lavori ne ho cambiati tanti. Sono andata anche in una fabbrica di cucito. Facevamo i pantaloni. Io cucivo le tasche, un’altra le gambe e prendevo 800/900 Franchi. Stavamo bene. Il sabato e la domenica non si lavorava mai ed andavamo in giro. Berna, Schaffhausen. Umberto ha cambiato due o tre macchine. Se la godeva.
No, Massimo, non ho mai avuto l’impressione che ci trattassero male perché eravamo italiani. Noi avevamo il Niederlassen, una specie di certificato di residenza. In base alla legge, dopo cinque anni di lavoro in Svizzera, chi si era comportato sempre bene poteva sposarsi e portare la moglie con sé e aveva anche diritto alla casa.
Quelli che non avevano i Niederlassen erano gli stagionali, quelli che venivano per pochi mesi e vivevano tutti in una stanza. Poi quando avevano fatto un po’ di soldi tornavano via, in Sicilia o in Veneto e si compravano la casa in Italia. Questi erano visti male in Svizzera. Nel 1970 c’è stato un certo Scwarzenbach (o un nome simile) che voleva mandare via gli stranieri. Quando scadeva loro il permesso li mandavano via. Molti sono andati in Germania. Gli italiani venivano chiamati i Cincali; era un termine spregiativo.
Avevamo amici in Svizzera. La mia più cara amica era Marta, una psicologa. Il marito era italiano. Marta parlava cinque lingue. Poi c’era Frau Schmitte, la mia vicina di casa. Facevamo gli aperitivi. Eravamo rispettati perché noi rispettavamo loro. Se ti comportavi male ti sbattevano fuori, ma noi eravamo educati a casa e fuori.
Ti racconto questo fatto. Un giorno Tonino, il fratello di Umberto, è venuto a trovarci a Pasqua a Zurigo. Fumava le Marlboro. Sulla strada tra Zurigo e Chiasso ha buttato per strada il pacchetto vuoto delle sigarette. Hanno preso la targa e sono risaliti fino a Umberto. Dopo un po’ si è presentata a casa nostra la Posta. Che ci faceva in Svizzera questo? C’era una multa da pagare di 25 franchi. Umberto ha pagato la multa ma poi ha chiamato Tonino e non sai quante gliene ha dette.
A un certo punto Umberto si è stancato di stare in Svizzera e sono cominciati i guai. È successo così. Una mattina mi sveglio e lo trovo seduto in salotto. Aveva una faccia come se fosse morto qualcuno.
Lui è sempre stato allegro, lo sai. E io, Umberto ma che c’è. Voglio tornare in Italia. Ma tu sei pazzo. Giacomo aveva otto anni ed era ormai integrato. Aveva dieci in lingua, sapeva suonare la chitarra, il flauto. Ma così mi rovini un figlio. Io sono pure incinta. Avevamo cercato il secondo figlio e alla fine era arrivato. È stata una lotta. Quanto ho pianto. Senti, mi dice, alla Oerlikon italiana cercano un fresatore ma ce ne sono cinquanta che hanno fatto domanda. Io provo ad andare a Milano. Se vengo assunto, ce ne andiamo, se non mi prendono, rimaniamo qua.
Aveva nostalgia dell’Italia. A giugno si era sposato mio fratello Pippo che abitava a Milano. Anche il fratello di Umberto stava a Milano. Lui era andato al matrimonio di Pippo, mentre io ero rimasta a Zurigo. Avevo una gravidanza a rischio. Chissà, vedendo tutti i nostri parenti a Milano, gli era venuta questa nostalgia.
Umberto è stato assunto alla Oerlikon Italia e siamo venuti a Milano nel 1975. Lui prendeva 700.000 lire al mese, ma noi eravamo più poveri. I primi anni eravamo messi male. Eravamo sempre litigati. Era nato Patrik il mio secondo figlio. Non trovavo il latte artificiale. Me lo facevo mandare dalla Svizzera. Mi era andato via il latte materno perché piangevo tutto il giorno. Volevo tornare in Svizzera. Telefonavo alla mia amica. Avevamo tempo ancora cinque anni per rientrare. Se non ci trovavamo bene potevamo tornare. Umberto, però, si è trovato bene.
La casa che ci hanno dato a Milano era più piccola di quella che avevamo da ultimo a Zurigo. Ho dovuto rinunciare alla camera di Giacomo. Il geometra della Banca ci ha detto di portare pazienza perchè il prossimo appartamento da tre locali disponibile sarebbe stato nostro. Invece è venuta una legge che gli appartamenti dovevano essere dati ai dipendenti della Banca. E sono rimasta fregata. Ma è stata anche la mia fortuna perché poi, quando si è trattato di comprarla la casa, io una più grande non me la sarei potuta permettere.
Solo adesso ho finito di pagare il mutuo.
Ci fermiamo un istante e rimiriamo insieme la fotografia di Umberto, su una mensola. Ha chiuso gli occhi per sempre, tutto ad un tratto, la sera dell’ultimo dell’anno del 2000, mentre stava apparecchiando la tavola per il cenone di capodanno.
Ma noi lo ricordiamo sempre.
Io ho conosciuto la Ina, ma mai avrei pensato che la sua storia era così complicata. Bravo Massimo, hai reso onore ai tuoi due amici, con uno stile immediato e intenso nella stesso tempo
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Io ho conosciuto la Ina, ma mai avrei pensato che la sua storia fosse così complicata. Bravo Massimo, hai reso onore ai tuoi due amici, con uno stile immediato e intenso nella stesso tempo
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Grazie Laila
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