Il nido della cicogna

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta Racconti Liberi 2023 Vol.3 edito da Historica Edizioni

Nonno, cosa è quel giaciglio di paglia sul palo della luce? Non lo so, sembra un letto. È un nido di cicogna dice uno dei ragazzi più grandi. Un nido di cicogna? dice il nonno. Sì, un nido, insistono loro.

Ma come si fa a salire laggiù, chiede il vecchio. Io non ce la faccio davvero con l’artrite che mi deforma le ossa. E poi con questo freddo.

L’aiutiamo noi nonno, continuano i ragazzi, così ci può far dormire i suoi nipoti.

E, svelti come gatti, uno si arrampica sul palo, l’altro solleva la bambina e la porge a quello più in alto che l’adagia sull’erba secca. Poi fanno lo stesso con me; raggiunta la sorellina, ora rido felice.

Che bello nonno qui è caldo e morbido. Vieni anche tu.

No, io non posso, mi adagio qui sotto nel sacco a pelo. Ma voi, ora si rivolge ai ragazzi, voi come farete.

Ora dormiamo qui da basso anche noi, sotto le coperte, poi domattina ci diamo il cambio, va bene?

Che Allah vi benedica, brontola il vecchio.

Stare su questo tetto di paglia è divertente, pensa Idris abbracciato alla sorella Palmira. Lui ha in mano un camion di plastica. Lei la sua bambola di pezza.

E ora, nel tepore della paglia odorosa, pensa alle cose che sono successe loro in quei giorni.

Ha organizzato tutto lo zio, ricorda Idris. Siamo partiti dalla Siria con il babbo, lo zio e il nonno, mentre la mamma è rimasta a casa con le sorelle più piccole. Quando ci saremo sistemati in Germania, ha detto il babbo, ci raggiungeranno anche loro.

Ho sentito parlare i miei genitori tra di loro la sera prima della partenza. Ma sei matto, diceva la mamma, hai venduto la casa per pagarci il viaggio? Cosa possiamo fare ormai qui? Ribatteva il babbo. Siamo curdi, una minoranza, è già tanto se riusciamo a sopravvivere. In Germania potremo iniziare una nuova vita. Ma chi te lo garantisce che ce la farete? Insisteva la mamma. Ho parlato con gente che ha già organizzato tanti di questi viaggi, ripeteva il babbo. Possiamo farcela anche noi.

Siamo partiti l’indomani mattina nscosti sulla parte posteriore di un camion. Quando raggiungevamo un posto di blocco ci nascondevamo sotto dei teloni. Io volevo sbirciare da sotto ma il babbo ci diceva. State giù, non dovete farvi vedere.

Siamo, alla fine, arrivati all’aeroporto. C’era una folla di gente. Uomini, donne, bambini, vecchi. Gente come noi.

Ci hanno fatto salire su un aeroplano gigantesco. Non ci ero mai salito, prima. Era un aereo militare, con le sedute poste in orizzontale sul lato lungo, una di fronte all’altra.

Durante il viaggio c’era gente che vomitava dentro i sacchetti di carta che ci avevano dato; altri piangevano. Abbiamo lasciato la nostra terra, la nostra casa. Si lamentava il nonno. Ricominceremo da capo, diceva il babbo. Frau Merkel ci darà un lavoro, una casa. Già altri siriani sono stati accolti in Germania e si sono trovati bene.

Sull’aereo era buio e ci veniva da piangere.

Dopo un giorno intero di viaggio siamo atterrati. Durante il tragitto ho fatto amicizia con un bambino. Lui era con il suo babbo e la sua mamma e un fratellino piccolo, un neonato.

Siamo arrivati in una città che si chiama Minsk, diceva il babbo, tenete il nonno per la mano sennò vi perdete. Io tenevo la mano destra del nonno, Palmira la sinistra. Avevo un po’ paura. Siamo saliti di nuovo su un camion ma questa volta eravamo tutti seduti per terra ammassati. Non è stato bello. Palmira piangeva.

Ci siamo fermati al margine di un bosco e lì ci hanno fatto scendere. Ora dobbiamo procedere a piedi, ha detto il babbo.

Ci siamo addentrati nella foresta, era folta, scura e umida. Era già buio. Qualcuno aveva delle torce elettriche per illuminare la strada. I più parlavano una lingua che non conoscevo. Faceva freddo, tanto freddo.

Quando siamo usciti dal bosco ci siamo trovati di fronte ad un confine cinto da rotoli di filo spinato. E lo zio diceva, additandoci una persona con la lunga barba nera: seguiamo questo signore, ci porterà di là.

Cosa c’è di là, ho chiesto io. La Polonia mi ha detto il babbo. E la Germania? Ho insistito. Prima dobbiamo attraversare la Polonia e poi arriveremo in Germania. Ma è lontana? Sì, è lontana, tanto lontana. Sospirava ancora il babbo.

Ora siamo qui su questo nido di paglia sul lampione e mi sta venendo sonno e ho paura, mi viene voglia di piangere. Ma non posso, perché sono il fratello maggiore e devo mostrare coraggio.

Il mattino dopo ci hanno fatto scendere dal nido e abbiamo ceduto il posto ai ragazzi di ieri. Il nonno aveva fatto bollire il tè e aveva anche dei biscotti secchi cha abbiamo in parte mangiato e in parte diviso con gli altri. Qualcuno ci ha donato anche dei dolci al miele.

Non ci fanno passare, diceva il babbo. I polacchi hanno chiuso le frontiere. Lo sentivo sconfortato.

Qualcuno riesce a passare sotto il filo spinato, dicevano altri. Ma di là c’è solo il nulla e ci possono anche sparare. Il babbo diceva allo zio. Dove sono quelli che ci avevano promesso di scortarci in Polonia. Eppure, i soldi li hanno presi. Lo zio allargava le braccia.

La sera dopo ci hanno portato in un grande capannone con il tetto di lamiera e ci hanno dato da mangiare. Della zuppa in bicchieri di latta. Ho ritrovato la famiglia che avevo conosciuto in aereo. Il bambino si chiamava Samir. Sua mamma era preoccupata per l’altro più piccolo perché temeva che potesse soffrire il freddo.

Quella notte abbiamo dormito lì, tutti abbracciati.

Il babbo, per farci forza ci ha raccontato della Germania. Ci ha detto che ci sono grandi città moderne che per Natale vengono addobbate di luci e colori e ci sono tanti negozi, tutti aperti, che vendono dolci e giocattoli per i bambini. A Natale i bambini tedeschi ricevono tanti doni. Li potremo avere anche noi? Ho chiesto. Sì, certo, potremo.

La mattina presto ci hanno svegliati e ci hanno portato delle tazze di latte con il pane. Avevo fame e il latte era buono.

Poi ci hanno fatto uscire di nuovo. Io e Palmira sempre con il nonno. Oggi ci faranno passare, vedrai. Diceva sempre lo zio. Lo sentivo parlare in modo concitato con delle persone in una lingua che non conoscevo.

Ci ritroviamo vicino al confine. Ora ha preso a piovere. Una pioggerellina fredda insistente.

Non è vero. Anche oggi non ci fanno passare.

Ho sentito urlare una donna. La mamma del bambino piccolo. Sta dicendo che non lo sente più piangere, che forse è morto. E la gente si accalca verso di loro cercando di dare calore a quel misero corpicino. Ma non c’è niente da fare. Ormai è davvero morto. Molti gridano. Non è giusto, non è possibile, non è umano.

Di là dal confine, in corrispondenza di ciascuna casa, hanno cominciato ad accendersi delle luci verdi i cui aloni si allargano sfocati nella bruma. Tutti dicono che è un segnale.

Dobbiamo passare, dice il babbo, adesso.  Strisciamo sotto il filo spinato, dobbiamo passare sotto ed arrivare sino a quelle case.

Io faccio quello che mi viene detto e mi ritrovo a correre, tenendo Palmira per mano, verso una di quelle case con la luce verde e penso che forse siano davvero illuminate per il Natale e che, quindi, ci saranno dolci e regali anche per noi.

2 pensieri riguardo “Il nido della cicogna”

Scrivi una risposta a massimopecori Cancella risposta