Mi hanno detto che ti hanno visto alla Stazione di Milano ad aspettare i treni che provenivano da Genova. Guardavi il tabellone degli arrivi e, non appena avvistavi che ce n’era uno che sopraggiungeva dal capoluogo ligure, ti avvicinavi al binario, attendevi che il convoglio si fermasse e poi osservavi le persone scendere con le borse, i trolley, le valige. Aspettavi sino a che non fosse sceso dal treno anche l’ultimo viaggiatore, poi tornavi sconsolato nel salone delle attese, prendevi un caffè, un sorso d’acqua, solo per passare il tempo sino a quando non segnalavano in arrivo il treno successivo e così via, sempre lo stesso rituale.
Rimanevi, mi dicono ancora, tutto il giorno in stazione e innumerevoli sono stati i treni che hai atteso arrivare e illimitate le volte che ti sei allontanato dal binario, deluso.
Mi hanno riferito anche che apparivi invecchiato, sempre con quel tuo impermeabile blu, ora un po’strappato su una spalla.
Poi te ne sei andato, un po’ ingobbito come adesso sei diventato.
Chi stavi aspettando?
Eppure, mi ricordo di te, nei tempi migliori, con quella tua aria un po’ da gitano, alto, magro, dinoccolato, quei capelli sempre scompigliati che piacevano tanto alle donne.
C’eravamo conosciuti qui a Milano. Io dopo la laurea in giurisprudenza avevo accettato un lavoro in Banca in attesa di affrontare il concorso in magistratura – che non ho mai sostenuto a dire il vero. Tu venivi da Genova e cercavi lavoro in uno Studio Legale. Io, a causa della mia attività, conoscevo molti Studi e te ne avevo presentati diversi. Per un certo periodo ti ho ospitato anche a casa mia dove abitavo con Giovanna, mia moglie, con la quale progettavamo di costruire una famiglia con figli. Era bella Giovanna, con quei meravigliosi occhi azzurri che portava con malizia e sfrontatezza.
Ricordo che certe sere tu e lei rimanevate svegli a parlare sino a tardi. Io andavo a letto perché la mattina mi dovevo alzare presto. Tu stavi progettando di costruire una casa a Boccadasse. Eri entrato a far parte, anche grazie alle mie raccomandazioni, di un importante Studio legale milanese e avevi alla fine trovato un appartamento a Milano, anche se, ogni week end, te ne tornavi a Genova.
Non ci siamo più visti per un pezzo.
Sai, è strano. A volte non ci si accorge delle cose. Il lavoro, il ritorno a casa, la cena. Il sesso prima di dormire. Non mi sembrava che ci fossero problemi con Giovanna. Mi appariva sempre la stessa. Certo ero distratto dai problemi di lavoro e non mi sono accorto di nulla.
E lei questo me lo ha rimproverato, sai? Perché non mi hai avvertito che ci stavamo allontanando, mi ha detto. Come dire: se te ne fossi accorto prima, se ne avessimo parlato, forse…
Ma io mi fidavo di lei. Come insegnante aveva molto tempo libero al pomeriggio ed io tornavo tardi la sera.
E quando me lo ha detto (perché è stata lei a dirmelo, altrimenti non me ne sarei mai accorto), quando me lo ha detto non si poteva più fermare nulla. Aveva deciso. Sarebbe venuta a Genova con te che, nel frattempo, avevi lasciato lo Studio di Milano ed avevi terminato di ristrutturare la casa a Boccadasse con vista sul mare. Non sapevo più neanche che lavoro facessi.
Insomma, la mia Giovanna dagli splendidi occhi, l’amore della mia vita, te l’eri portata via con te.
Da allora non vi siete fatti più sentire né tu né lei, per mesi. E questo mi distruggeva.
Qualcuno di quelli che ti conoscevano, ex colleghi dello Studio Legale, mi riferiva di frammenti della vostra vita. Una piccola barca a vela. Il Golfo del Tigullio. Recco, Camogli, l’Abbazia di San Fruttuoso, Portofino. Tu avevi abbracciato la dottrina di Scientology. Mi viene da sorridere a pensarci.
Fino a quando Giovanna, un giorno, tornò a bussare alla mia porta. Era magra, sciupata, disperata, gli occhi ormai divenuti di un grigio opaco. Mi chiese di ospitarla, vergognandosene.
L’avevi lasciata per un’altra (o per altre, non so). Ti eri preso la mia donna, il mio grande amore e poi l’avevi gettata via, come una carta sporca, e quando era ritornata non era più la moglie di nessuno.
Portava con sé uno strano amuleto con una ciocca dei tuoi capelli, diceva che glielo avevi regalato tu la notte che avevi deciso di “purificarti”. Ma ti sei mai purificato veramente, tu? Ammesso di capire che cosa significasse per te quella parola.
E ora sono qui, alle quattro del mattino, al freddo, a Milano, in questo locale sui navigli in cui suonano musica blues dal vivo e ti sto pensando.
E davvero adesso comincio a provare compassione per te, sì proprio per te che sei stato colui che mi ha tradito, il mio nemico, il mio assassino. Provo davvero pietà nel saperti ora così solo e derelitto, che passi le tue giornate alla stazione di Milano in attesa di qualcuno che, forse, mai arriverà.
E no, non ti perdono, sia chiaro, ma sappi che se ritornerai a trovarci, sempre nella casa che ricorderai, troverai il tuo vecchio amico/nemico e Giovanna ormai libera, senza più il tuo tormento negli occhi.
Ti manda i suoi saluti.