Un caro vecchio amico

  1. Come tutto ebbe inizio

Ancora oggi, se sollevo le sopracciglia, sento come un impedimento, un ostacolo al movimento, un formicolio nell’occhio destro. Ma non è più un dolore, no. È come un avvertimento che proviene dal mio corpo e che mi dice: sono ancora qui, sai? Non me ne sono mai andato via veramente. Se non ti comporti bene non ci metto niente a tornare. Sono un tuo vecchio amico.

Era cominciato tutto alla fine di gennaio di due anni fa. Mi era sopravvenuto un forte mal di testa, inusuale per chi, come me, non ne soffriva mai. Avevo cercato di farvi fronte con alcuni prodotti analgesici ma senza alcun beneficio.

Chiesi quindi appuntamento alla mia giovane dottoressa di base che mi ricevette subito.

Mentre, in ambulatorio, seduto su una sedia di fronte alla sua scrivania, iniziai a descrivere i miei sintomi, mi venne da dire tutto ad un tratto che avvertivo anche delle piccole pustole sotto i capelli. (Non ne avevo accennato prima per il fatto che, essendo io totalmente digiuno di nozioni mediche, avevo il timore di sentirmi dire che questa circostanza nulla c’entrava con l’emicrania).

Invece la dottoressa si alzò di scatto, aggirò la scrivania, afferrò una piletta portatile, mi venne davanti e cominciò ad esaminare attentamente la cute sotto i capelli, per poi affermare, tutta soddisfatta. Ho capito cos’è. È l’Herpes Zoster, altrimenti detto fuoco di Sant’Antonio.

Ne avevo sentito parlare, ovviamente, ma per quanto ne sapevo, si trattava di un disturbo molto doloroso che di solito colpiva la schiena.

Se lei è d’accordo, continuò la dottoressa, cominciamo subito la cura. Tornò a sedersi e mi prescrisse un farmaco antivirale ed un altro a base di cortisone.

Ovviamente, non potevo che essere d’accordo. La salutai e mi recai subito in farmacia.

Capii più tardi il motivo per il quale aveva ritenuto di chiedere il mio accordo.

Iniziai a prendere le medicine ma la malattia stava galoppando e, in breve, le pustole erano scese dalla testa, alla fronte, sino all’occhio destro che si era enormemente gonfiato. Avevo un aspetto mostruoso.

Tornai dalla dottoressa, la quale mi disse che ciò che si stava verificando era la prevedibile conseguenza del malanno. Preoccupata per la salute del mio occhio, mi prescrisse, quindi, una visita oculistica da effettuarsi con urgenza presso l’Ospedale Oftalmico dell’istituto Fatebenefratelli di Milano.

2. Il pronto soccorso oftalmico

Al di là dell’aspetto puramente sanitario, l’esperienza presso questa struttura medica – che, a dire il vero, viene spesso definita come un’eccellenza – per me, che sono dotato di una certa autostima, che sfiora nella permalosità e che odio fare brutte figure, è stata una delle esperienze più sgradevoli a cui mi sia mai sottoposto.

Giunto di prima mattina alla struttura sanitaria, mi avvicinai alla persona dell’accettazione esibendo il certificato medico della dottoressa. Questa, esaminato il documento, mi rispose sgarbata: lei non ha visto cosa c’è scritto sulla porta di ingresso? Non so, balbettai. C’è scritto Pronto Soccorso: quindi il certificato non serve a niente, lei si deve mettere in fila.

Mi chiese quindi se prendessi delle medicine e se le avessi portate con me. Non lo avevo fatto, stupidamente. Le dissi però quali farmaci stessi assumendo e secondo quale tempistica. Mi disse: non lo sa che, quando si va in pronto soccorso, bisogna portare con sé le medicine?

Questa osservazione, nel corso di quella lunga spiacevole giornata, mi venne più volte ripetuta con tono sprezzante da diversi medici e paramedici. In effetti, considerando il tempo che sarebbe passato prima di essere visitato, avrei potuto telefonare a mia moglie per chiederle di portarmi le medicine o, quantomeno, di mandarmi via WhatsApp la prescrizione medica. Ma ormai ero entrato in quella fase – che a volte mi prende, a dire il vero, e non ne vado fiero – nella quale sono talmente indispettito che non voglio fare altro che esternare ai miei interlocutori quanto lo sia davvero. E, quindi, non lo feci.

Giunto nella sala d’aspetto mi accorsi che il mio numero era tra quelli in codice bianco e che, pertanto, avrei passato l’intera giornata al pronto soccorso, fatto che non mi sembrava giusto considerato il dolore che mi martellava l’occhio destro e il mio aspetto orripilante.

Salto, per non annoiare troppo chi dovesse leggere queste pagine, la fase dell’attesa al pronto soccorso, durante la quale i pazienti finiscono con il fare comunella prendendosela, e non a torto, non affatto a torto, con le inefficienze del servizio sanitario.

Arrivo quindi alla fine, cioè quando, verso le sette di sera (ero entrato al mattino verso le nove), venne finalmente chiamato il mio numero.

Un dottore giovanissimo mi sottopose ad una visita accurata, utilizzando diversi strumenti, dopo la quale mi fece ritornare in sala d’aspetto. Questa volta l’attesa fu fortunatamente meno lunga e venni quindi chiamato per il responso (ormai era quasi ora di cena).

Il dottore iniziò con il dirmi che l’occhio non aveva subito danni, al che io reagii manifestando evidente sollievo sostenendo, che, in effetti, ero andato al Pronto Soccorso proprio per sapere questo.

Sorrise, il giovane medico a questa mia esternazione e questo fu l’unico sorriso che mi venne rivolto quel giorno. Noi però, aggiunse, riteniamo che la cura che le è stata prescritta sia sbagliata. Rimasi basito. Sosteniamo infatti, riprese, che, in questi casi, non si debba mai prescrivere il cortisone. Le abbiamo pertanto indicato un nuovo farmaco antivirale e alcuni colliri per gli occhi. Si deve ripresentare qui tra due settimane. Al mio sguardo sgomento, reagì promettendo che, la prossima volta, non mi avrebbero fatto passare così tanto tempo in sala d’attesa.

Uscii dal Pronto Soccorso, sollevato per l’esito positivo della diagnosi ma perplesso per il cambio di cura che mi era stato prescritto. Aveva avuto torto la mia dottoressa o questi odiosi arroganti giovani medici del Fatebenefratelli?

3. Seconda fase. La nevrite post erpetica

Scrissi subito un messaggio alla dottoressa per riferirgli dei risultati della visita. Con mio profondo stupore mi rispose dicendomi quanto segue: a) è stata confermata la diagnosi di Herpes Zoster; b) sospenda pure l’assunzione del cortisone; c) continui a prendere l’antivirale che le ho prescritto che è equivalente a quello che le hanno consigliato in ospedale.

Devo dire che la risposta mi sorprese. Mi aspettavo infatti che difendesse la sua opinione, convinto, come io ero, che la medicina fosse una scienza esatta e che non ci potesse essere una tale discrasia tra la prescrizione di un medico e quella di un altro.

Comunque, l’antivirale produsse i suoi effetti e, nel giro di quindici giorni dall’inizio della cura, l’eruzione cutanea scomparve e così il gonfiore. Non accennava però a cessare né a diminuire l’emicrania.

Mi recai quindi di nuovo in ambulatorio e la dottoressa, non appena mi vide, ebbe ad esclamare soddisfatta. La vedo molto meglio.

Cercai appena di formulare la domanda che mi assillava, quando lei mi interruppe anticipandomi. Lei vuole sapere perché le ho prescritto il cortisone, vero? E proseguì dicendo. Vede, io non ero sicura al cento per cento della diagnosi e così, come si fa talvolta in questi casi, le ho fatto assumere il cortisone. Solo una volta confermata la diagnosi, le ho fatto sospendere questo farmaco.

Non replicai a queste sue giustificazioni non essendone in grado e non volendo infierire.

Devo però aggiungere, a questo punto del racconto, di avere appreso durante la fase della malattia, quanto possano essere spietati i medici gli uni contro gli altri, specie se si tratta, come in questo caso, di un medico giovane e di sesso femminile. Nel corso del lungo periodo in cui ebbi a consultare un dottore dopo l’altro e a raccontare a loro l’inizio della mia malattia, non sentii che pronunciare, nei confronti della mia dottoressa di base, altro che giudizi pesanti che culminavano spesso in insulti veri e propri (sciocca, sprovveduta, incompetente, per citare i meno offensivi), tanto che io, pur essendo alla fine la vittima, finii per solidarizzare con lei.

A questo punto il problema da affrontare era però un altro. Mi spiegarono che, in alcuni casi, e questo era sfortunatamente il mio, dopo la fase virale può subentrate la nevrite (o nevralgia) post erpetica che può durare anche diversi mesi lasciando dei residui di cronicità.

Hai capito, amico mio? Io lo sapevo sin dall’inizio che non mi avresti mai abbandonato.

4. Il vaccino

Visti gli esiti della malattia, sia io che mia moglie chiedemmo se fosse necessario o, quantomeno, opportuno vaccinarsi, come d’altra parte anche in TV si affrettavano a comunicare ma noi, nonostante ciò, non ci eravamo ancora attivati.

Era, d’altra parte, ancora il periodo in cui imperversava il Covid e, da buoni cittadini, attenti alla propria salute ma anche impegnati a non compromettere con contagi la sanità generale, ci eravamo sottoposti a tutte le vaccinazioni prescritte.

Ma ora era subentrata anche questa emergenza e mia moglie, visto quello che stavo passando io, era piuttosto impaurita dall’ipotesi di poter contrarre la malattia; anche per quanto mi riguardava mi informarono che anche un soggetto che aveva contratto l’infezione poteva ammalarsi nuovamente e che, quindi, l’unico modo per evitarlo era quello di vaccinarsi. Ci recammo pertanto presso la struttura vaccinale competente per territorio. Ovviamente confermarono l’opportunità di effettuare la vaccinazione contro l’Herpes Zoster, ma mentre procedettero subito a somministrare il vaccino a mia moglie, fissandole anche la data per il richiamo, nel mio caso, avendo loro fatto presente che ancora non ero uscito dalla malattia, mi consigliarono di attendere ancora. Tornai un giorno d’estate per fare il vaccino dicendo, ma sapevo di mentire, che ero guarito.

5. Il Dott. B.

Alla fine, constatato che nessuno dei numerosi farmaci suggeritimi dal medico di base avevano avuto effetto, decisi finalmente di rivolgermi ad un altro terapeuta.

Fu un mio ex collega anziano al quale avevo raccontato le mie traversie a suggerirmi: Perché non provi a sentire il Dott. B.? Il Dott. B., reagii sorpreso, ma avrà più di ottant’anni. Sì, proprio lui, ma è ancora efficientissimo, andiamo ancora in tanti a farci curare da lui.

Avevo conosciuto molto bene il Dott. B. Sia perché ci aveva aiutato a predisporre i necessari servizi sanitari per il personale della Grande Banca Nazionale della quale anch’io avevo fatto parte nell’ambito del Servizio Risorse Umane. Sia, soprattutto, perché mi aveva personalmente assistito in occasione di piccoli e meno piccoli miei problemi di salute. In una occasione, ad esempio, avendogli fatto vedere alcuni nevi che avevo sulla schiena, con la sua consueta pragmaticità ed efficienza, mi aveva fatto sdraiare sul lettino e me li aveva tolti tutti. Un’altra volta, mi aveva aiutato a trovare la struttura più idonea per effettuare un piccolo intervento a quell’organo maschile che si definisce particolarmente delicato.

Ma, soprattutto, mi aveva assistito quando ero stato ricoverato d’urgenza al Policlinico per una peritonite che si era rivelata alla fine dovuta ad una neoformazione nel colon retto, che mi era stata asportata assieme ad una parte dello stesso organo. In quell’occasione, mi era stato molto vicino quando un medico dell’Ospedale mi aveva diagnosticato, riferendolo anche a mia moglie, un tumore che, solo dove l’esame istologico, si era rivelato, fortunatamente, benigno.

Mi recai quindi dal Dott. B. dopo avergli telefonato.

Operava ancora presso l’ambulatorio che ricordavo bene al pian terreno dello stabile già sede della Grande Banca Nazionale.

La prima delusione sopravvenne quando capii che non si ricordava affatto di me. Non si ricordava il mio nome, né il fatto che avessi lavorato in quella Banca e neppure le circostanze mediche che ho sopra menzionato. È vero che ero uscito da quell’Istituto circa vent’anni prima, ma il nostro rapporto era stato talmente stretto nel periodo precedente che pensavo che, una volta ricordategli le circostanze, si sarebbe rammentato. E invece, nulla.

La seconda delusione venne quando mi riferì che era in essere forte incremento di casi di Herpes Zoster, dovuto, a suo dire, all’utilizzo massiccio dei vaccini anticovid. Alla mia domanda su quale fosse il nesso tra le due patologie, mi disse che il vaccino anticovid abbassava di molto le difese immunitarie. Anche in questa circostanza, essendo io stato, come ho già riferito, orgogliosamente dalla parte dell’obbligo vaccinale e detestando con tutto me stesso i cosiddetti novax, continuai a sentirmi a disagio. (A dire il vero, nel corso della mia odissea sanitaria di quegli anni, ebbi a constatare che non pochi altri medici la pensavano come lui.)

Sull’aspetto specifico della patologia che mi affliggeva lo trovai, invece, preparato. Mi disse che aveva assistito numerosi pazienti affetti dalla stessa mia malattia e che aveva loro prescritto, con esito favorevole, una cura che gli era stata indicata da un famoso neurologo. La cura consisteva nell’assunzione di due diversi farmaci (differenti da quelli che avevo sinora assunto) abbinati con una serie di sedute di agopuntura.

Mi fece pertanto la prescrizione e, quando gli chiesi quanto gli dovevo, giunse la terza delusione. Non che mi aspettassi che mi dicesse che nulla gli era dovuto, ma nemmeno che mi sparasse quella cifra scandalosa, da pagare rigorosamente in contanti. Per fortuna, temendo una situazione del genere, avevo appena prelevato al Bancomat.

6. L’agopuntura

Per effettuare l’agopuntura il Dott. B. mi aveva indicato il nominativo di un medico non ricordo più se cinese o vietnamita. Telefonai prontamente ma mi dissero che per avere un appuntamento presso di lui bisognava attendere almeno un mese. Poiché volevo risolvere velocemente il mio problema (in quella fase ero ancora illuso di potercela fare) chiesi un po’ in giro.

Mi venne in soccorso un’amica che mi consigliò il suo medico personale che faceva anche quel tipo di trattamento.

Telefonai quindi subito a questo dottore e presi un appuntamento.

Mi recai nel suo ambulatorio, situato in un bell’edificio d’epoca nel centro di Milano. Mi aprì personalmente la porta (penso che non avesse alcun servizio di assistenza ambulatoriale) e mi fece aspettare in una sala d’attesa dovendo terminare con un altro paziente. Mentre aspettavo lessi alcuni avvisi affissi alla parete dai quali risultava che, oltre che di agopuntura, questo medico si occupava anche di omeopatia, ayurveda e naturopatia, tutti trattamenti appartenenti ad un mondo che non avevo mai frequentato.

Comunque si trattava di una persona molto piacevole, simpatica in un certo modo. Aveva un po’ l’aspetto che si attribuisce ad uno psicanalista, con barba rada e capelli brizzolati. Mi disse che, a suo dire, per la nevrite post erpetica che mi affliggeva sarebbero state sufficienti tre sedute. Facemmo subito la prima; mi fece sdraiare sul lettino e mi applicò una serie di aghi sottilissimi tra le dita dei piedi, sul collo, sulla schiena e sulla testa, dando poi origine a delle piccole scosse elettriche.

Una volta terminato il trattamento e avere chiesto e incassato il compenso, mi disse che mi avrebbe prescritto delle altre medicine che avrei potuto acquistare in una farmacia situata lì vicino, precisando che si trattava di “roba naturale”.

Di solito quando mi prescrivono trattamenti definiti naturali, temo sempre che si tratti di acqua fresca, ma, nello stato in cui mi trovavo, era ormai condannato a provare di tutto.

Si trattava, ovviamente, di farmaci omeopatici consistenti in gocce di diverso tipo che, ogni sera, dopo cena, dovevo assumere contandone attentamente il numero.

Ovviamente le tre sedute di agopuntura non bastarono. Lui mi chiedeva ogni volta se stessi un po’ meglio e io gli dicevo di sì per non deluderlo.

Quando arrivammo a cinque sedute fu lui a dirmi che erano sufficienti e che, solo se ne avessi avuto bisogno, avrei potuto richiamarlo.

Non aspettavo altro. Lo salutai, lo ringraziai, saldai il mio ultimo conto e non lo vidi più.

7. Viene l’estate

L’unico farmaco che avevo la sensazione che mi facesse bene era quello prescrittomi dal Dott.B. In effetti quando lo assumevo (erano pastiglie da 300 mg) mi sembrava di sentire meno dolore. Il medico omeopata mi aveva però avvertito, che avrei dovuto sospenderlo o, per lo meno, diminuire il dosaggio.

Giunta l’estate andammo alla nostra casa al mare. Io mi ero munito di un cappello tipo Panama, comprato dagli ambulanti e con quello andavo sulla spiaggia senza però fare il bagno. Mi ero infatti immaginato che prendere l’acqua fredda sulla testa mi avrebbe fatto male. La cosa che mi faceva più piacere era la doccia calda che prendevo, come sempre, ogni mattina. La facevo scorrere molto calda e questo mi dava un gran sollievo. In quel momento mi sembrava di stare davvero meglio, ma durante il giorno il dolore subentrava.

Il momento peggiore era la notte. Mi ero abituato a fare, prima di coricarmi, una lunga seduta di igiene orale. Perché facevo questo? Forse perché mi distraeva dal pensiero di affrontare la nottata.

Andammo quell’estate anche una settimana in Sardegna. Anche lì mi munii di cappello ed evitai accuratamente di bagnarmi la testa nonostante frequentassimo spiagge di acqua cristallina.

Al ritorno mi ricordai del consiglio che mi aveva dato il medico omeopatico e che mi sembrava di buon senso. Non potevo continuare con quelle pillole.

Telefonai pertanto al Dott. B. e gli sottoposi il problema. Lo trovai anche lui favorevole al fatto che dovessi liberarmi dall’assuefazione a quel farmaco.

Tornai quindi a Milano in piena estate. Il Dott. B. era stato anche lui in vacanza ma ora era ritornato al suo posto di lavoro.

Gli dissi che stavo lentamente migliorando ma che era ancora lontano dall’essere guarito. Mi disse, con molta sincerità, che io avevo contratto la malattia in forma molto forte e che dovevo rassegnarmi a convivere con una forma di nevrite cronica. Mi prescrisse pertanto lo stesso farmaco con dosaggio 100 mg da prendere per un certo periodo fino a smettere.

8. Epilogo, forse

In un primo tempo avevo temuto che smettere con quel farmaco mi avrebbe riportato a soffrire dolori insopportabili. Ma fortunatamente non fu così.

Più passava il tempo e meglio stavo. Diciamo che, trascorso un anno dall’insorgere della malattia, potevo ragionevolmente dire di esserne fuori ma con la consapevolezza che avrei anche potuto fare a meno di prendere tutti quei farmaci e sottopormi a tutti quei trattamenti perché tanto nulla sarebbe cambiato.

L’unico rimedio è stato il trascorrere del tempo.

D’accordo, mio caro vecchio amico, lo so che tu ci sei sempre e forse sarai sempre con me e, tutto sommato, non me ne dispiace.

Ma assieme a te devo ricordare anche altri amici: quello che mi sveglia di notte per ricordarmi che devo urinare; quello che mi avverte, ogni volta che mi devo chinare per prendere un oggetto, che lo devo fare solo in un certo modo, altrimenti non mi rialzo più e tanti altri che mi avvertono che certe attività (tipo correre ed andare in bicicletta da corsa) sarebbe meglio che non le facessi più.

Ma mia moglie, che è saggia, dice che c’è gente che sta molto peggio di me e che non mi posso lamentare.

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