Ma tu lo sapevi di Brian e di Jimi? Forse sì, ma di sicuro non potevi sapere di Jim, di Kurt e men che meno di Amy. Perché? Semplice, perché sei morta prima di loro, anzi, nel caso di Amy, sei morta prima che lei nascesse.
Ma poi, che potevi saperne di loro tu, una ragazzina nata strana in una cittadina del Texas negli anni ’40 quando imperversava il Ku Klux Klan e che, sfrontatamente, da bianca, stava dalla parte dei neri. Sì dei neri, perché era di loro che la maestra di canto ti aveva cominciato a far sentire la musica: il blues, il gospel, il soul.
Perché tu allora cantavi nel coro. Ma questo poteva contribuire in qualche maniera a farti accettare dai tuoi concittadini gretti e ignoranti? Ma neanche per sogno. Per tutti tu rimanevi quella brutta, grassa, brufolosa, maleodorante, da tenere a debita distanza. L’amica dei negri. Neanche i tuoi stessi genitori riuscivano a difenderti.
Cosa se ne potevano fare anche loro di quella ragazzina sgraziata e balzana che si accompagnava ai negri e alle donne, che si vestiva come un uomo e andava in giro a piedi scalzi. Perché per certo gli uomini non volevano aver nulla a che fare con te. Lesbica, ti dicevano anche, ma tu, allora, neppure sapevi cosa significasse quella parola. Se avevi un’amica te la tenevi stretta anche se era una derelitta, come te, anzi, soprattutto se si trattava di un’emarginata, come te. E ti tuffavi tra quelle braccia nei gabinetti di una stazione dei bus per sentire un po’ di calore.
Ma tu adoravi, nonostante tutto, la musica nera e la tua voce era forte, graffiante. No, non era una voce da gospel, quella alta, melodiosa, malinconica, nata nelle piantagioni di cotone. No, la tua voce usciva forte, sì ma abrasiva come la carta vetrata.
Allora ancora non lo sapevi, ma la tua voce era una voce da rock.
Ma questo tu lo scopristi negli anni ’60, in California, a San Francisco. Tutto un altro mondo.
Nei quartieri di North Beach e di Haight-Ashbury circolava solo gente come te. Era la stagione degli hippies, i figli dei fiori. Peace and Love. Ognuno si vestiva come voleva, beveva, fumava e faceva sesso libero. E circolava droga a fiumi.
Dapprima fu Jorma, il chitarrista, con il quale registraste il primo disco mentre la moglie batteva a macchina nella stessa stanza. E nella registrazione di sette pezzi blues, effettuata tramite un vecchio registratore a bobina, si sentiva il suono della macchina da scrivere e, per questo lo chiamaste The Typewriter Tape.
Poi Chet ti diede una dritta. Il gruppo musicale dei Big Brother and the holding Company cercava una vocalist. Ti presentasti, ti presero subito e fu il primo tuo vero successo.
Era il 1967 e andavate in giro per tutti i locali della California fino ad esibirvi al Festival pop di Monterey. La ragazzina, goffa, grassa, brutta, informe si stava trasformando in una regina che, non appena alzava la sua poderosa voce, trascinava le folle dei ragazzi di San Francisco. La sovrana del blues e del soul.
Venne, infine, il 1968 e quella canzone. La canzone. Piece of my heart. L’aveva già registrata Erma, sorella di Aretha, ma tu l’arrangiasti. A modo tuo.
Chi l’avrebbe mai detto che la ragazzina che non sapeva amare avrebbe interpretato una grande eterna canzone d’amore: “Prendi un altro piccolo pezzo del mio cuore…baby” strillavi nel ritornello. Un disco che ancora rimane tra i più importanti della musica rock di tutti i tempi.
Ora che stavi cominciando a divenire una leggenda, potevi finalmente portare avanti senza paura i tuoi ideali come facevi da ragazzina e lottare a difesa dell’uguaglianza tra bianchi e neri. Ti facevi arrestare dalle guardie con le accuse di disturbo alla quiete pubblica e linguaggio osceno, certa che poi saresti stata messa in libertà. Partecipasti al concerto in memoria di Martin Luther King. Eri diventata finalmente una donna libera.
“Mi ricordo bene di te al Chelsea Hotel
Tu eri famosa, il tuo cuore era una leggenda
Tu mi dicevi che preferivi gli uomini belli
Ma che per me avresti fatto un’eccezione
E dicevi: chi se ne importa, noi non siamo belli
Ma abbiamo la musica.”
Chi ha scritto questa canzone per te, Janis? Sì, proprio lui, Il più grande di tutti, Leonard, che passò una notte con te al Chelsea Hotel di New York e sentì il bisogno di celebrarla componendo questa bellissima canzone. E dicevano che tu non amavi gli uomini. Sciocchi, decerebrati. Ma cosa ne capivano loro. Tu amavi l’amore in tutte le forme. Perchè tu ormai avevi raggiunto l’empireo e lì eri destinata a restare. Per l’eternità.
A Woodstock cantasti il 16 agosto del 1969 assieme alla Kozmic Blues Band. Qualcuno ha detto che avresti cantato male, ubriaca e fatta di eroina come eri. Ma il pubblico ti seguiva come sempre e ti chiedeva un bis dopo l’altro. E tu cantasti, si proprio tu, Janis Joplin, cantasti, tra gli altri pezzi, una versione dissacrante di Summertime, un classico, uno standard della musica jazz sul quale si erano cimentate tutte le più grandi cantanti del momento ma che tu interpretasti a modo tuo, con la tua voce tragica.
E il giorno dopo, su quello stesso palco, il fato si compì. Jimi suonò – qualcuno avrebbe detto stuprò – con la chitarra elettrica distorta al massimo, The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale degli Stati Uniti.
Nessuno di voi due avrebbe superato la fatidica soglia dei ventisette anni.
Per te tutto si compì il 4 ottobre del 1970, in una stanza di un albergo di Los Angeles. A seguito di una overdose, crollasti nello spazio angusto tra il letto e il comodino. Fosti trovata, ormai cadavere, dopo diciotto ore.
Jimi era morto, soffocato dal suo stesso vomito, solo un mese prima.
Nella mitologia e nella tragedia greca, gli dèi chiamavano a sé i migliori, i più forti, i più coraggiosi, perché la loro vita terrena servisse a lasciare ai posteri, e questa volta per l’eternità, anche solo un piccolo pezzo del loro cuore.
Dedicato a Janis Joplin, ma anche a Brian Jones, a Jimi Hendrix, a Jim Morrison, a Kurt Cobain, ad Amy Winehouse, tutti facenti parte del Club 27.