Laleh Park è un bel parco pubblico situato nel centro di Teheran. Ci sono prati verdi, fiori, alberi rigogliosi, cipressi e fontane, tante fontane zampillanti di acqua fresca. Gli abitanti vi si recano nelle giornate estive per godersi un po’ di frescura.
Nika è una cantante con un caschetto di capelli color carbone che, a volte, tinge di blu. Si esibisce in pubblico volentieri e non ama indossare l’hijab. Porta scarpe di gomma pesanti scure, calzoni neri attillati lunghi appena sotto il ginocchio e una maglietta anch’essa nera con un punto esclamativo giallo sul davanti. Canta e si diverte con le sue amiche. I video la riportano allegra, festosa, piena di gioia e di voglia di vivere.
Quel giorno, però, l’ha combinata proprio grossa. È salita su un cassonetto dell’immondizia e, a foggia della Statua della Libertà, ha alzato il braccio sopra la testa sventolando di fronte alla folla esultante il velo in fiamme.
È l’anniversario della morte di Mahsa un’altra ragazza, di origine curdoiraniana, arrestata perché indossava l’hijab in modo non corretto. Figurarsi, stava guidando con i suoi familiari verso Teheran e non si era accorta di avere una ciocca di capelli fuori dal velo. Ciò non è conforme alla legge coranica della Sharia e viene pertanto prelevata dagli agenti della polizia per essere sottoposta ad una sessione di moralità islamica, in pratica un corso di aggiornamento rapido sull’utilizzo corretto dell’hijab.
Alcuni giorni dopo, Mahsa viene ritrovata morta dopo essere rimasta per due giorni di fila in coma cerebrale.
Le autorità parlano di un arresto cardiaco ma, in realtà, la ragazza ha una lesione alla testa con sanguinamento dalle orecchie e lividi sotto gli occhi, fratture ossee, emorragia e edema cerebrale.
Nika lo capisce subito di essersi messa nei guai, l’ha fatto apposta in realtà e telefona alla sua ragazza dicendole di essere inseguita dalla polizia morale, implorandola, almeno lei, di salvarsi. Viene presto raggiunta da tre agenti e caricata sul retro di un furgone. Lì le guardie si accaniscono contro di lei, la colpiscono e ne abusano sessualmente con l’utilizzo di manganelli. È una rapper lesbica, oltretutto, e quindi se lo merita.
Nika scompare per nove giorni sino a quando non viene consegnata ai familiari priva di vita. Questa volta la versione ufficiale è: suicidio.
Toomaj è, anche lui, un cantante, un artista hip hop. Lui pure ha partecipato alle manifestazioni in ricordo di Mahsa. Le sue canzoni esprimono critiche al regime degli ayatollah. Viene arrestato, tenuto in isolamento e torturato, gli rompono il naso e alcune dita; dapprima è condannato a sei anni di carcere con il divieto di cantare per due anni. Rilasciato in libertà provvisoria per un vizio procedurale del primo processo, continua, nonostante tutto, a portare avanti il suo hip hop. Posta un nuovo video contenente accuse alla magistratura iraniana e il racconto delle torture subite in carcere. Viene di nuovo arrestato e, questa volta, la sentenza è: morte per impiccagione.
Finora la condanna non è stata eseguita e speriamo che non lo sia mai.
Dedicato a Mahsa Amini, Nika Sakarami e ToomaJ Salehi, solo tre tra i tanti martiri della rivolta contro il regime degli Ayatollah in Iran, questo luogo del mondo di cui a volte ci si dimentica. Colpevolmente.
Donna Vita Libertà.