I miei nonni materni avevano una casa a Pietrasanta in Via Padre Eugenio Barsanti. In realtà era la seconda casa, ereditata dalla nonna, perchè loro risiedevano a Pisa.
Era la casa più strana che io ricordi. Un piano era a disposizione dei miei nonni mentre l’altro apparteneva alla sorella della nonna, ma non vi si poteva accedere.
L’appartamento dei nonni era lungo e stretto e si articolava su diverse stanze. Salendo dalle scale, a sinistra, si trovava la cucina; gli altri vani erano collocati, sulla destra, uno dietro all’altro, di modo che, per giungere in una stanza, si doveva passare da quella adiacente. Credo di averla sognata molte volte quella casa identificandola con un labirinto dal quale non mi era più possibile uscire se non calandomi dalla finestra. Ma forse mi confondo. Ciò che rammento bene era la foto di famiglia del nonno di mia nonna, il mio trisavolo rabbino, padre di una trentina di figli, tutti allineati accanto a lui, con lunga barba bianca, e la seconda moglie.
Ricordo bene che quando mi trovavo da solo in casa e mi annoiavo, andavo nel salottino dove c’erano ammonticchiate delle riviste, forse Epoca o la Domenica del Corriere. Mi colpì una volta un articolo così titolato: “Alla fine la ragazza turca piangeva”. Narrava di una donna che aveva fatto uno spogliarello in un locale a Roma. Sono evidenti le pulsioni che tale articolo, corredato da fotografie in bianco e nero sfocate, poteva suscitare in un ragazzino preadolescente (anni dopo venni a sapere che Federico Fellini si era ispirato a quel fatto di cronaca per l’episodio mostrato nel film La dolce vita; ma in quei giorni non avevo ancora visto il film).
Mia nonna si chiamava Rina e mio nonno, Pasquale; poiché però faceva di cognome Riga (era un calabrese), veniva chiamato da sua moglie con l’appellativo affettuoso di Ri. Per noi nipoti rimase quindi per sempre il Nonno Ri.
La nonna era un po’ bisbetica (ricordo solo con piacere quando mi portava al mare a Marina di Pietrasanta dove facevamo lunghe passeggiate sul bagnasciuga mentre lei si fermava a raccogliere i granchietti che mangiava crudi) mentre il Nonno Ri era la persona più buona e paziente che abbia mai conosciuto. Laureato in legge, aveva vinto il concorso da cancelliere ma, avendo poca ambizione, come diceva la nonna, era rimasto sempre e solo a fare quel lavoro sino a diventare cancelliere capo del Tribunale di Pisa.
In casa aveva uno scrittoio con dei cassetti, che andavo ad esplorare, che contenevano penne, gomme, matite, temperamatite, bastoncini di ceralacca, strumenti di lavoro tutti perfettamente conservati e allineati. Ho ancora nelle narici il profumo del legno delle matite perfettamente appuntite.
Quell’estate del 1966 si svolgevano in Inghilterra, nel mese di luglio, i campionati mondiali di calcio e per la prima volta avevo iniziato a seguirli con interesse.
Mi ero comprato l’album delle figurine e avevo cominciato a collezionarle. Mi interessava, come un po’ a tutti, il Brasile che veniva da due vittorie mondiali consecutive con in campo il grande Pelè, Edson Arantes do Nascimiento, già allora considerato il più grande giocatore del mondo, e il dribblomane Garrincha.
L’Italia si era qualificata bene ed era tra le favorite. Guidata da Edmondo Fabbri, accanto a giocatori di consolidata esperienza, come Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Facchetti, l’allenatore aveva portato in Inghilterra alcuni giovani di qualità come Perani, Meroni, Pascutti (era invece rimasto a casa il promettente Gigi Riva).
La prima della partita era andata bene. Due a zero contro il Cile. Poi la sconfitta contro l’Unione Sovietica ed infine, l’ultima partita, quella che avrebbe dovuto assicurarci facilmente l’ingresso ai quarti di finale: quella contro la Corea del Nord.
Il Brasile era stato a sua volta eliminato a sorpresa dal Portogallo di Eusebio.
Fu così che, in quella giornata del 19 luglio 1966, io e il Nonno Ri ci incamminammo verso il bar che si trovava (e si trova ancora) all’angolo tra Via Barsanti e la piazza del Duomo di Pietrasanta per assistere alla partita Italia-Corea con grandi aspettative di vittoria.
Ma non fu così. Quasi alla fine del primo tempo, il dentista coreano Pak-doo-ik segnò il gol del vantaggio per la Corea del Nord e il Nonno Ri, inaspettatamente, disse che sarebbe tornato a casa, perché, precisò, soffriva troppo.
Io rimasi fino alla fine perché c’era ancora un tempo da giocare e a noi sarebbe bastato un pareggio per passare il turno. Ma alla fine perdemmo.
Tornai a casa dei nonni, come tutti, molto deluso.
In Italia la sconfitta fu accolta al pari di una disfatta bellica (non ricordo chi avesse detto, forse Churchill, che gli italiani vanno in guerra come ad una partita di calcio e ad una partita di calcio come ad una guerra). Al ritorno in patria, i giocatori furono accolti all’aeroporto con insulti e lanci di pomodori. Il giornalista Gianni Brera, in un famoso articolo, definì i nostri calciatori con il nomignolo di “abatini” che rimase a loro incollato, specie a Gianni Rivera, per molti anni.
Edmondo Fabbri fu esonerato e al suo posto fu chiamato Helenio Herrera – allora allenatore dell’Inter che aveva vinto con quella squadra tre campionati italiani e due coppe dei campioni – in coppia con Ferruccio Valcareggi, il quale poi continuò a fare da solo il Commissario tecnico.
E le cose cambiarono perché, appena due anni dopo, la Nazionale italiana vinse i Campionati europei battendo in finale la Jugoslavia per 2 a 0, con gol di Riva e di Anastasi e, ai mondiali successivi, nel 1970 l’Italia raggiunse la finale (poi persa con il Brasile) dopo avere giocato e vinto, in semifinale con la Germania, la partita del secolo per 4 a 3, quella vista con mio padre, a Carrara, durante una notte che non finiva mai, dove brindammo alla vittoria con un bicchiere di whiski.
Ho sempre la memoria del profumo della casa dei nonni a Treviso: il legno del vecchio parquet, il calore delle grandi tende che d’estate riparavano l’ingresso.
La nostalgia dei nonni, un po’ come le tue matite nel cassetto.
"Mi piace""Mi piace"
Grazie Roberto. Alla fine sono sempre la madeleine di Proust.
"Mi piace""Mi piace"