Historia de un amor

«Sentinella, a che punto è la notte? Sentinella, a che punto è la notte?». La sentinella risponde: «Viene la mattina, e viene anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; tornate un’altra volta».
Isaia 21,11-12

Il treno da Roma non si è fermato alla Stazione di Carrara, ha fatto sosta a La Spezia. Sono le tre del mattino. Scendo con il mio borsone, gonfio di vestiti, per lo più sporchi.

È il mese di luglio del 1977.

Assonnato, cerco il tabellone degli orari dei treni in partenza. Il primo per Carrara -Avenza partirà alle 7 e 15. Devo aspettare oltre quattro ore. Siamo in quell’intervallo di tempo durante il quale la notte sta completandosi ma il mattino tarda ad arrivare e si anela affinché la notte lasci finalmente spazio alle sicurezze e alle gioie del giorno quando il mattino spunterà e la notte sarà finita.

Mi incammino verso la sala di attesa di seconda classe; non penso che riuscirò a dormire. Mi è già capitato una volta, a Bologna, di dover passare la notte in stazione e so che dormire è praticamente impossibile. Le stazioni ferroviarie non si fermano mai. Tutte le notti, a tutte le ore, arrivano e partono treni, continuamente, senza intervalli e gli altoparlanti annunciano arrivi, partenze e ritardi e non si chetano mai.

Nella sala d’attesa, male illuminata, poche persone.

Due puttane, una più anziana e una più giovane. Quella più giovane indossa una gonna corta e un top di tessuto sintetico come fatto di piume rosa. Noto che zoppica. Guardando meglio vedo che porta ai piedi due zatteroni di sughero, uno più rialzato dell’altro per compensare la zoppia. Parlano tra di loro non capisco in quale dialetto. Hanno denti marci. Probabilmente tossiche.

Altre due donne, nere, forse nigeriane, dormono su di una panchina. Osservo le unghie lunghissime laccate di rosso. Indossano abiti variopinti. Dormiranno per ore, non capisco come facciano.

Un ragazzo alto e magrissimo con i capelli lunghi unti viene verso di me, con fare nervoso. Mi si siede di fianco. Mi rivolge la parola. Mi chiede cosa io faccia a quell’ora in quella sala d’aspetto. Gli rispondo che ero sul treno da Roma per Genova ma non mi ero accorto che non fermava alla mia stazione e quindi sono dovuto scendere a La Spezia, la stazione successiva, ed aspettare il treno per Carrara che partirà solo alle 7 e 15. Gli dico anche che sto tornando dal servizio militare a Ostia nella Guardia di Finanza, dopo un periodo di diciotto mesi. Mi dice che anche lui prenderà quel treno perché questa mattina alle 8 in punto deve essere in un centro di assistenza per tossico-dipendenti dove somministrano metadone. Precisa che non vede l’ora di partire perché ha bisogno di quel farmaco per evitare una crisi di astinenza. Non può comprare eroina perché ciò comprometterebbe il suo percorso di recupero ma, soprattutto, perché non ha soldi. Si è anche indebitato con degli spacciatori, gente pericolosa, decisa, che non avrebbe difficoltà ad ucciderlo, qualora lo incontrasse.

Mi preparo a dirgli, nel caso intendesse chiedermi dei soldi, che sono al verde e che non posso dargli nulla ma, agitato com’ è, esce velocemente dalla sala di aspetto e non si fa più vedere.

Un uomo che non avevo notato sino ad allora, seduto vicino alla porta e quindi dal lato opposto dove mi io mi trovo, tira fuori, chissà da dove, una piccola fisarmonica e comincia a suonare una canzone. Le puttane gli urlano di smettere. Le nigeriane continuano a dormire.

Inizio a ricordare questa bellissima melodia. Si tratta di un tango contenuto nella colonna sonora di un vecchio film in bianco e nero. La passione per il cinema d’essay porta i suoi vantaggi. Si tratta di Historia de un amor e narra, appunto, di una storia d’amore passionale e dolorosa che si conclude con la morte della donna amata. Questa canzone, da allora, è stata riproposta da tutti i migliori cantanti e viene suonata e ballata ancora in questa estate del 1977 nell’Argentina sotto il regime di José Rafael Videla.

Siempre fuiste la razón de mi existir
Adorarte para mí fue religión
En tus besos, yo encontraba
El calor que me brindaba
El amor y la pasión

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Ay que vida tan obscura

Sin tu amor no viviré

(sei sempre stata la ragione del mio esistere/adorarti per me fu religione/e nei tuoi baci ho incontrato/il calore che mi dava/ l’amore e la passione/ Questa è la storia di un amore/ diverso da tutti gli altri/che mi ha fatto comprendere tutto il bene, tutto il male/che ha dato luce alla mia vita/spegnendola subito dopo/ah, che vita scura/senza il tuo amore non vivrò)

***

Ines fa parte delle madri di Plaza de Mayo che dal 1976 a Buenos Aires, manifestano con marce silenziose e pacifiche tutti i giovedì alle tre e mezzo del pomeriggio di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale argentino, per rivendicare la scomparsa dei loro figli arrestati e detenuti illegalmente prigionieri (desaparecidos). Un fazzoletto bianco in testa (il pañuelo), annodato al collo per simbolo (il pannolino dei bambini), e un’unica richiesta: conoscere il destino di figli, mariti e nipoti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina (la Guerra Sporca).

Camminano a due a due, nel rispetto delle leggi imposte dallo stato d’assedio contro ogni forma di assembramento. Ma non si arrendono.

Ines ha perduto due figli, un maschio e una femmina, probabilmente incarcerati dalla polizia argentina in centri clandestini di detenzione.

Le madri sfilano portando striscioni e le gigantografie dei loro figli issate su lunghi bastoni.

La sera Ines va a ballare il tango in una Officina tanguera di Buenos Aires, una grandissima sala affollata di oltre 400 metri quadrati lastricata in marmo bianco lucidato.

Una grande orchestra riempie il locale di suoni: su tutti la musica avvolgente e struggente dei Bandoneon.

Un uomo alto e magrissimo, vestito di scuro, la invita a ballare. Si lasciano trascinare dai passi del tango sempre sulle note della canzone.

Ma alla fine del pezzo si sente un trambusto. Entra la polizia. Ines vien arrestata. L’uomo vestito di scuro scompare.

Ma l’orchestra ritorna a suonare le stesse note, i medesimi accordi e Ines riprende a ballare ma ancora interviene la polizia. E così ancora e ancora, sinché non si sente clangore di catene, rumore di metalli che stridono e odore di ferro bruciato.

***

Svegliati, svegliati, è arrivato il treno. Dai che se no lo perdiamo. Il ragazzo tossico mi tira per un braccio e mi trascina. Afferro il borsone e corro trafelato verso il treno. Salgono anche le due puttane, inciampando più volte negli zatteroni, e le due nigeriane. Il suonatore di fisarmonica è scomparso.

Ci buttiamo nel primo scompartimento libero dove sono anche le africane. Faccio per aprire la tapparella del finestrino per fare entrare il sole di luglio già alto ma una delle due donne la richiude, sgarbatamente. Vuole continuare a dormire. Mi graffia un poco con le unghie.

Il treno parte. Ho ancora la musica nelle orecchie. Rimango in piedi nel corridoio.

Tra una galleria e l’altra si scorgono gli squarci di mare e di cielo azzurro della Liguria.

Vado anch’io a raggiungere il mio amore.

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