I miei anni ’60

I

I due Giovanni

 Ore 18 del 1°settembre 1960.

“Partenza valida! Berruti è scattato…è già in vantaggio…sta per completare i primi cento metri… è nettamente in testa … stupenda l’azione di Berruti che ora viene incalzato da Carney…Berruti riesce a confermare il vantaggio…è medaglia d’oro…”

Ricordi? A casa nostra comprammo il televisore nel 1960. Il babbo diceva che l’aveva voluto acquistare proprio per vedere le Olimpiadi che quell’anno si tenevano a Roma.

Erano ancora gli anni del boom economico e le famiglie della classe media potevano permettersi gli elettrodomestici.

Alle Olimpiadi Livio Berruti vinse i 200 metri, mentre colombe bianche volavano sopra le teste dei corridori. Wilma Rudolph, atleta nera americana, conquistò tre medaglie d’oro, nei cento, nei duecento metri e nella staffetta quattro per cento. Abebe Bikila, corridore etiope, arrivò primo nella maratona, correndo senza scarpe.

Rammenti? Dovevamo scegliere una sola sera alla settimana per vedere le trasmissioni della TV sulla base dei programmi che ci interessavano di più. Il pomeriggio, invece, potevamo vedere sempre la TV dei ragazzi che iniziava alle cinque, quando ormai avevamo finito di fare i compiti.

Una deroga per le serate del sabato era contemplata solo per il Festival di Sanremo e per Canzonissima. Una volta, ricordo, duellarono sino all’ultimo Gianni Morandi e Claudio Villa, e vinse quest’ultimo. Tu ne fosti talmente delusa che scoppiasti a piangere e corresti chiuderti in camera tua mentre il babbo ti rincorreva. Non tollerava che si potesse reagire in tal modo per una cosa così futile.

Nel 1961 John Kennedy divenne Presidente degli Stati Uniti, all’età di 44 anni, la stessa del babbo, che era nato nel 1917. In casa nostra eravamo tutti sostenitori dei Kennedy. 

Kennedy aveva portato con sé anche la speranza di un periodo di pacificazione, di cessazione della guerra fredda, tenuto conto anche che nell’URSS era stato eletto Nikita Krusciov, primo segretario del PCUS che aveva denunciato i crimini di Stalin.

Papa Giovanni XXIII, prelato bergamasco proveniente da una povera famiglia di contadini, era stato eletto nel 1958.

Nel suo breve papato inaugurò il Concilio ecumenico Vaticano II e promulgò l’enciclica “Pacem in terris” basata sulla neutralità della chiesa e sul rifiuto di accettare le barriere della Guerra fredda.

Quando tornerete a casa troverete i bambini. Date una carezza ai bambini e dite loro: questa è la carezza del Papa”. Questa la ricordiamo tutti,

Il Papa buono.

John Kennedy fu assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963 e, nello stesso anno, anche Papa Giovanni ci lasciò. Krusciov venne estromesso l’anno successivo.

Nel frattempo, era cominciata la guerra del Vietnam.

***

A scuola eravamo tutti maschi e fu così sino al termine delle scuole medie. Questo fatto penso che abbia condizionato tutta la mia vita sentimentale e sessuale.

Il maestro ci picchiava. Chi disturbava veniva invitato ad inginocchiarsi con le mani per aria. Poi, prima di andare a posto, veniva punito ulteriormente con due (o quattro) bacchettate sulle mani. Ricordo anche di avere visto un compagno prendere un calcio nel sedere dal maestro tanto forte da alzarsi in aria.

Ero magrolino, poco portato per l’attività fisica, non sapevo andare in bicicletta.

Un giorno tornando da scuola, in una piazza con giardino, venni fermato da un gruppo di ragazzini che, apostrofandomi come “bambino di casa” mi circondarono impedendomi di proseguire. Per fortuna, a parte qualche spinta, non mi fecero niente di grave e riuscii a liberarmi. E corsi a casa veloce come il vento.

Avevamo a casa anche un grammofono, il Grundig, che i nostri genitori utilizzavano per sentire la musica classica. Tu avevi portato a casa dischi di Gianni Morandi, Rita Pavone, Bobby Solo e, più tardi, anche dei Beatles. “Michelle ma belle, these are words that go together well”.

D’estate si andava al mare. Di solito con il filobus. Un anno prendemmo in affitto una villetta a Marina per tutto il periodo estivo fino alla fine del mese di settembre.

A settembre il profumo delle piogge di fine estate scaturiva dalla sabbia che ancora manteneva il calore e si diffondeva nell’aria che andava raffreddandosi; quel profumo che ogni anno segna la fine delle vacanze dal ritorno a scuola. La pioggia cambia sempre l’odore di ogni cosa.

Si andava anche al cinema. Dapprima fu la mamma ad accompagnarci a vedere tutti i cartoni animati di Walt Disney, poi anche altri film tratti da libri per ragazzi. Ventimila leghe sotto i mari. Viaggio al centro della terra.

Quando cominciai ad essere un po’ più grandicello rivendicai il diritto di andare con i miei amici che frequentavano un cinema parrocchiale. Lì si vedevano i film di Maciste, Ercole, Ursus. La mamma non era tanto del parere perché diceva che erano film sciocchi e banali e con troppe donne discinte. Usava proprio questo termine.

Malgrado ciò la ebbi vinta e cominciai ad andare al cinema da solo con i miei amici.

Sotto le seggioline del cinema si formava un tappeto di bucce di noccioline e di sementine che facevano crac crac sotto le scarpe.

Allora al cinema – non è vero? – si entrava a qualunque ora, anche a spettacolo iniziato e poi ci si fermava per rivedere il pezzo iniziale. Quando il film ci era particolarmente piaciuto lo si vedeva per intero anche più volte e, nei casi di film comici, come Stanlio e Ollio, io e i miei amici conoscevamo a memoria le gag e tutte le volte ci sganasciavamo dalle risate.

C’era una sala cinematografica che era un vecchio teatro che, oltre alla platea e alla galleria, aveva anche i palchi e la piccionaia. Quando eravamo stufi di vedere il film andavamo ad esplorare questi altri luoghi. Nei palchi spesso trovavamo coppiette che si sbaciucchiavano e, dopo averle disturbate, ci allontanavamo ridendo.

Si diceva anche che il cinema fosse frequentato da uomini che insidiavano i bambini e dai quali dovevamo guardarci.

Una volta, entrando nei bagni del cinema, vedemmo due uomini agli orinatoi con i membri eretti, evidentemente in mostra. Non ne avevo mai visto di così grossi. Scappammo ridendo ma pieni di spavento. Ho passato tanti anni a rivangare nella mia mente quell’episodio.

Giocavo spesso con un mio amico vicino di casa, il quale, ogni tanto, ospitava una sua amichetta, bionda, con gli occhiali, che mi piaceva molto. Giocavamo insieme a casa sua o sulle scale, a carte o ad altri giochi che comportavano spesso la necessità di fare penitenza. Dire, fare, baciare, lettera o testamento. Ovviamente io cercavo sempre di baciare o di farmi baciare da questa bambina e penso che anche lei facesse lo stesso con me.

Credo di non averla mai più rivista salvo, forse, una volta, ma non ne sono sicuro.

II

Scoppiava finalmente la rivolta

Padroni, borghesi, ancora pochi mesi”

Lo stato borghese si abbatte non si cambia”

Il 1968 iniziò malissimo.

Il 4 aprile venne assassinato a Memphis Martin Luther King, il leader per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti, premio Nobel per la pace. I have a dream.

Il sei giugno fu la volta di Bob Kennedy, il fratello di John, che si era candidato per la presidenza degli Stati Uniti, ucciso anche lui a colpi di pistola in un albergo di Los Angeles.

Quell’anno feci gli esami di terza media e dedicai il mio tema di italiano a questi due fatti drammatici. Oramai gli anni 60 con gli ideali di democrazia, uguaglianza e di speranza della pace, erano definitivamente crollati.

A ottobre si tennero a Città del Messico le più incredibili Olimpiadi di sempre.

Iniziarono con la strage a Piazza delle tre culture, quando gli studenti che protestavano per l’eccessiva spesa sostenuta dal Governo vennero massacrati dalla polizia con spari ad altezza d’uomo.

Complice l’altitudine, vennero realizzati nell’atletica leggera, leggendari record mondiali che resistettero per molti anni. Si verificò anche che un saltatore in alto statunitense, Dick Fosbury, contraddicendo tutte le regole sino ad allora conosciute e rispettate, si era messo a saltare all’indietro, con la schiena verso l’asticella. E aveva vinto.

Nei 200 metri vinse Tommy Jet Smith con il record mondiale di 19.82, raggiunto percorrendo gli ultimi dieci metri a braccia alzate. Secondo fu l’australiano Peter Norman, terzo John Carlos.

Il 16 ottobre del 1968, durante la cerimonia di premiazione, Smith e Carlos si voltarono verso la bandiera americana che saliva, abbassarono gli occhi e alzarono il pugno chiuso con il guanto nero (Smith il destro, Carlos il sinistro). Spiegarono che avevano fatto il gesto in favore dei diritti civili degli afroamericani negli USA e per protesta contro il fatto che gli atleti neri venivano utilizzati e strumentalizzati sino a quando vincevano le medaglie per la squadra degli Stati Uniti e subito dopo abbandonati nel dimenticatoio.

Quella foto divenne un manifesto appeso nelle camerette di tanti ragazzi

I due sprinter finirono di fatto la loro carriera e anche Norman che, pur non partecipando alla protesta, aveva espresso solidarietà, venne boicottato.

***

Il ragazzo più grande in Assemblea dice che nelle altre scuole d’Italia stanno facendo l’occupazione, perché la scuola è classista, borghese e tende a emarginare i figli del proletariato e il latino ed il greco servono a selezionare, di modo che quei pochi figli della classe operaia che avessero avuto l’ardire di iscriversi al liceo classico per migliorare la loro vita e diventare magari medici o avvocati, non ce la faranno mai perché saranno irrimediabilmente bocciati in quarta ginnasio da una professoressa borghese, con il filo di perle, moglie di un medico o di un avvocato, che li giudicherà solo sull’uso dell’aoristo e li boccerà senza pietà per ricacciarli in un istituto tecnico o professionale. Ognuno al suo posto.

Intervengono altri ragazzi, tutti di seconda o terza liceo, per contestare o ribadire.

Alzo la mano. Sono il più piccolo di tutti, alto e magro, senza un filo di barba. Chiedo di parlare, il cuore mi batte in gola. Dopo lo sviluppo mi è venuta la voce bassa, sgraziata. Qualcuno si accorge di me e mi invita ad alzarmi e ad andare a parlare. Altri ridacchiano. Ora sono nudo davvero e mi guardano tutti e non posso più tornare indietro, né nascondermi. Faccio un intervento un po’ urlato perché ho visto che fanno tutti così. E gesticolo.

Qualcuno mi sorride, altri mi applaudono, qualcuno interviene per dire che è d’accordo o non è d’accordo con me, con quel ragazzo che gesticolava.

***

Caro F.,

sono ormai quasi cinquant’anni che non ci sentiamo né ci vediamo. Mi hanno detto che non vieni più nella nostra città da molti anni (io mi sono trasferito al Nord per lavoro) e che, eventualmente, ti potrei cercare su FaceBook.

Ma io questo non voglio farlo. Ormai siamo due persone anziane (anche se noi di quella generazione continuiamo ad illuderci di essere giovani in eterno). Io ora sono in pensione e, non so tu, ma io di certo non saprei cosa dirti anche se ritrovassi un tuo indirizzo.

Preferisco lasciare nell’aria queste parole, sapendo che non le leggerai mai né mai, forse, ci rincontreremo.

Ci siamo conosciuti nel ’68 all’inizio della quarta ginnasio e, sin dai primi giorni, è nata un’amicizia che è continuata sino alla terza liceo. Poi ci siamo persi di vista, tutto ad un tratto.

Ricordo la prima volta che ci siamo parlati.

Tu avevi aderito ad un progetto che la scuola ci aveva proposto per fare un colloquio con una psicologa. Io avevo declinato, ma tu mi chiedesti di venire con te. Lo feci, ed assistetti.

Al ritorno tornammo a casa a piedi lungo il viale e d’un tratto iniziammo a parlare delle nostre letture. Tu eri appassionato della religione induista e cominciavi a leggere alcuni testi sull’argomento. Io avevo iniziato Delitto e Castigo e mi stava prendendo molto. Ne parlammo a lungo, ricordo.

Ancora non avevamo iniziato ad interessarci di politica, ma durò poco perché, subito dopo, ne venimmo travolti. L’invasione della Cecoslovacchia e il rogo di Ian Palak. Facemmo un corteo, ma gli studenti di idee comuniste accettarono di partecipare solo se avessimo mostrato un cartello che citava anche i bonzi vietnamiti che si erano dati fuoco per protestare contro la guerra del Vietnam.

E quindi proseguirono le manifestazioni contro la guerra del Vietnam: Johnson boia, si gridava.

Cominciammo a leggere Don Milani, Lettera ad una professoressa, assieme al Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Sia io che te, pur provenendo da famiglie cattoliche, stavamo abbandonando la religione, ma Don Milani era più vicino alle nostre idee sulla scuola e ci prendeva, ammettiamolo, molto più di Marx.

L’occupazione. La facevano ormai in tutte le scuole. Noi eravamo ragazzini, quattordici anni e non rimanemmo a dormire (almeno io non lo feci il primo anno). Però ci piaceva anche essere leader in qualche modo e da lì a pochi anni (quando i più grandi erano usciti dal liceo) lo fummo davvero. Divenimmo una coppia di fatto, un binomio. Artefici e responsabili di tutto ciò che accadeva nella nostra scuola. La contestazione.

E cominciarono gli anni più bui. La strage di Piazza Fontana. Pinelli. Valpreda. Il ritorno del fascismo. La strategia della tensione. Quello sì ci indignava davvero.

L’autunno caldo, le lotte operaie. I gruppi extraparlamentari. Viva Marx, viva Lenin, via Mao Tze Tung. Volevamo fare la rivoluzione.

Ma ci abbiamo mai creduto veramente nella rivoluzione?

***

Le ragazze.

Erano qualcosa di sconosciuto per me. Alle medie mi colpiva qualche ragazza carina che vedevamo per strada e che qualcuno dei miei amici mi additava.

Ma ritrovarmi in classe con oltre la metà di compagne di sesso femminile era una cosa alla quale non ero abituato.

Ero consapevole di essere un bambino, magro, gracile, spesso bullizzato. Ma tra i tredici e i quattordici anni ero cresciuto a dismisura, mangiavo come un lupo e avevo scoperto di poter essere abbastanza abile anche nelle discipline sportive.

Presto capii, però, che potevo anche piacere alle ragazze (mi guardavano, ridacchiavano) ma ero talmente timido che faticavo a rivolgere loro la parola.

Andammo in pullman ad una gita di classe. La radio trasmetteva le canzoni di Lucio Battisti: Io vivrò senza te. Non è Francesca.

Al ritorno le ragazze si misero nel posto accanto ad alcuni maschi e cominciarono ad appoggiare la testa sulla loro spalla fingendo di dormire. I più audaci azzardarono dei baci. Io, la mia, la lasciai dormire.

Poi uscii con una ragazza ma non sapevamo baciare nessuno dei due. Lei mi disse che mi trovava infantile (disse proprio così!). Fui così imbarazzato che non volli più rivederla. Ci incontravamo a scuola e ci evitavamo.

Fu una ragazza che era venuta al mare l’anno successivo la prima a mettermi la lingua in bocca. E finalmente capii come si faceva.

Alla fine, divenni addirittura uno dei ragazzi più popolari della scuola, ma non ne sapevo approfittare.

Le ragazze con le quali uscivo non erano mai quelle che piacevano veramente a me, ma quelle che mi si proponevano. Quelle che mi piacevano veramente, invece, mi mettevano in soggezione e non avevo il coraggio di fare il primo passo. Quindi finivo per perderle. A vantaggio di altri.

Sulle note di The sound of silence, di Simon e Garfunkel, Dustin Hoffman, scende dall’aereo e, posando più volte la valigia sul nastro trasportatore, esce dall’aeroporto rientrando dal college per tornare in California nella la casa dei genitori.

Noi ragazzi ci sistemiamo bene sulle sedie del cinema e cominciamo, per la seconda o terza volta, a vedere il Laureato.

Ben è appena tornato dal college e i genitori e i loro amici si aspettano da lui grandi cose. La plastica, la plastica, gli sussurra nelle orecchie più volte un uomo d’affari.

L’imbarazzante immersione in piscina in una tuta da sub dinnanzi a tutti gli amici.

Ben è indeciso su cosa fare della sua vita, ma di una cosa è certo: non farà quello che gli chiedono i suoi genitori.

Mrs Robinson lo seduce, per noia, ma non accetta che frequenti la figlia Eilaine per la quale ha altri progetti.

Alla fine, Ben, in una scena memorabile citata poi in altri innumerevoli film, riesce a fermare il matrimonio, porta via Elaine, bloccando la porta di uscita dalla chiesa con una sbarra di ferro e la conduce via con sé su un autobus di linea.

E noi, ogni volta, esultiamo incantati. Ma Ben ed Elaine seduti, sui sedili posteriori, si guardano delusi. Cosa succederà adesso? Quale sarà il loro futuro? E il nostro futuro?

Fragole e Sangue. Un altro film di quegli anni che ci aveva entusiasmato. Due ragazzi si incontrano a New York. Lei è un’attivista studentesca e sta organizzando con altri un’occupazione dell’Università. Lui è uno sportivo, un canottiere, e segue lei con l’unico scopo di corteggiarla; ma quando, alla fine, la polizia carica i manifestanti per sgomberare l’Università, si ribella per difendere la sua ragazza. All we are saying, is give peace a chance, si cantava alla fine.

***

A Capodanno non si sapeva mai cosa fare.

Alberto disse. Andiamo a casa di Marta. Marta chi? Marta V. quella della 1 B.

E chi ci ha invitati? Nessuno, c’è un sacco di gente, chi lo sa chi è invitato e chi no.

Non vengo, la conosco appena. Ci mandano via. E chi c’è, poi?

Boh, i suoi compagni di classe, immagino. Dai, portiamo una bottiglia di whisky. Una da poco. Vedrai che ci fanno entrare.

Prendemmo la bottiglia che costava di meno nel negozio di alimentari del babbo di un nostro compagno di scuola e andammo alla festa. In quattro inforcammo due motociclette 125 scassate e le parcheggiammo davanti al condominio dove si trovava l’abitazione della V. nel centro città.

Una di quegli edifici signorili con le scale larghe e l’ascensore con una grata esterna che si apriva manualmente e la struttura mobile interna che si faceva funzionare inserendo in una scatolina di metallo una moneta da cinque lire. Nessuno aveva mai la moneta. In ogni caso preferimmo salire per le scale. Arrivammo davanti al portone e suonammo, timorosi, il campanello.

Ci accolse una signora, la madre, ritengo, che ci riconobbe. Venite, venite, ragazzi. Era gentile. Sorrideva.

Alberto mi guardò, come per dire. Cosa ti avevo detto?

Venne anche Marta. Che bello che siete venuti.

Le tesi timidamente la bottiglia. Grazie, non dovevate, mettetela di là, in cucina.

Sul tavolo della cucina c’erano diverse bottiglie di champagne e di Chivas Regal; la nostra, poverina, sfigurava.

Nel salotto c’era già tanta gente. Il giradischi suonava Venus degli Shocking Blue. I ragazzi si muovevano al ritmo, ma con scarsa maestria.

Il fratello più grande di Marta ci accompagnò ancora in cucina e ci versò abbondanti dosi di Chivas, non senza rimarcare che si trattava di un liquore costoso. Trangugiai anche se non ero abituato ai super alcoolici.

Già brilli, ritornammo in salotto e prendemmo ad agitarci anche noi, con gli altri. In the summertime, mugolava Mungo Jerry.

Prendemmo a scolare un bicchiere dopo l’altro, di qualunque sostanza alcoolica.

Su Mi ritorni in mente, ballai stretto con una ragazza che non ricordo chi fosse. Mi commuoveva sempre questa canzone perché mi faceva pensare ad una che mi piaceva ma che si era messa con un mio amico. D’improvviso, ho visto la mia fine sul tuo viso, urlava Lucio Battisti.

Mi ritrovai a baciarmi, lingua in bocca, con la ragazza con la quale ballavo. Che non conoscevo.

Un nostro amico ci propose di andare ad imbucarci in un’altra festa a Marina.  Bestemmiai. Ora che cominciavo a divertirmi.

Prendemmo la moto e, senza sapere come, visto che eravamo ubriachi, arrivammo in un altro appartamento dove si teneva un’altra festa privata.

Questa volta meno cerimonie, entrammo e basta. Un casino di gente. La mezzanotte era già passata. Anche lì un salotto con, più o meno, la stessa musica. 

Una ragazza carina era adagiata su di un divano tra due ragazzi e mi sorrideva. Ebbi la sensazione che mi chiamasse per nome e che mi facesse cenno di andare a sedermi anch’io con loro. Forse era la ragazzina con i capelli biondi con la quale giocavo da bambino. O forse no.

Le feci cenno che non capivo.

Il resto furono frammenti di suoni, luci, rumori, facce non conosciute, afrori, sudori, nausea. Quella sensazione forte di spreco e di inutilità che mi veniva sempre a Capodanno dopo avere partecipato a feste di cui non mi interessava, con persone che non mi piacevano, bevendo liquori che mi facevano star male. Era passato un altro anno superfluo.

Non so come feci a tornare a casa, ubriaco com’ero. Mi dissero poi che mi avevano visto sotto casa mia rimanere sempre immobile sul sellino della moto senza che mi decidessi a scendere.

Erano finiti gli anni ’60.

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