Una relazione

Giuseppe era un tipo metodico, lo era sempre stato.

Lo era stato durante gli anni dell’università, quando catalogava metodicamente gli appunti delle lezioni di Giurisprudenza e predisponeva schede sintetiche relative ad ogni capitolo di esame. E aveva continuato ad esserlo quando era stato assunto al Servizio Legale di una grande banca nazionale con sede a Milano.

Dapprima, era stato assegnato all’ufficio consulenza bancaria che si occupava, appunto, di aiutare le Filiali a dirimere le problematiche legali più spicciole: dalle successioni, ai contratti bancari, dalla normativa sulla privacy, alla gestione dei piccoli reclami intentati dai clienti (quelli piccoli appunto, che potevano essere gestiti in Filiale, perché quelli più complessi venivano affidati allo specifico Ufficio Reclami della Direzione Centrale).

I colleghi delle Filiali lo apprezzavano, sia per la competenza sempre dimostrata ma, soprattutto, per la cortesia e la disponibilità con la quale si approcciava con i suoi interlocutori, senza la spocchia che talvolta tendono a manifestare i detentori di competenze specifiche, in questo caso la materia legale, nei confronti dei colleghi che devono confrontarsi con la clientela in prima linea.

Nonostante ciò, la sua Banca aveva deciso, dopo un po’ di tempo, di cambiargli mansione e di assegnarlo all’Ufficio recupero crediti, ufficio quest’ultimo che non prevedeva più rapporti con le persone, clienti o colleghi che fossero, ma solo di fare da interfaccia (si diceva così) con le agenzie di recupero crediti.

Ma Giuseppe, anche in questo caso, dava il suo meglio nel raccogliere e catalogare tutta la documentazione relativa ai clienti inadempienti da trasmettere alle società di recupero. In un primo tempo, teneva delle ordinatissime cartelline fisiche; poi, quando tutto venne digitalizzato, creava, in modo altrettanto preciso ed accurato, cartelle e sub cartelle intestate a ciascun cliente nelle quali inseriva la documentazione necessaria per l’attività di recupero. Sì, perché, ormai, ogni cosa avveniva senza alcun contatto fisico e raramente anche telefonico, in quanto tutto si limitava ad uno scambio di mail contenenti in modo strutturato la documentazione.

Giuseppe era, tuttavia una persona colta. Di buone letture, come si suol dire, frequentatore di concerti di musica classica e, più raramente, di cinema e di teatro.

Giunto ormai alla soglia dei cinquant’anni, non si era mai sposato. Aveva perso entrambi i genitori ed aveva solo una sorella che viveva all’estero.

Viveva nel quartiere di Affori, nella casa che era stata dei suoi genitori, in un caseggiato di abitazioni di ringhiera che, ben ristrutturato, aveva assunto ormai un aspetto più che dignitoso. Inutile sottolineare la pulizia e l’ordine con cui manteneva la sua abitazione.

Donne ne aveva sempre frequentate poche e, nei rari casi in cui aveva cercato di intrecciare delle relazioni, le stesse avevano finito per arenarsi, non si sa per colpa di chi. Semplicemente non avevano funzionato.

Eppure, non era un uomo di aspetto sgradevole. Non molto alto, era piuttosto snello e sempre ben rasato e pettinato, spesso con il gel. Un viso dai lineamenti regolari ed un profilo un po’ puntuto. Vestiva sempre con abiti scuri, grigio o blu, camicia bianca o azzurra, ormai sempre più spesso senza cravatta, e scarpe nere accuratamente lucidate.

Aveva anche lui sofferto fortemente il periodo della pandemia, anche se era riuscito a lavorare da casa la maggior parte del tempo. Questo però gli aveva inibito la possibilità di frequentare sale concerto, cinema e teatri.

Era stato molto contento, quindi, quando aveva appreso che presso l’auditorium LaVerdi a Milano davano un concerto importante al quale, con le prescritte precauzioni, si poteva tornare ad assistere.

Aveva quindi acquistato il biglietto online e si era recato per tempo alla sala concerto che si trova in Piazza Mahler, nel quartiere ticinese. Aveva preso la metropolitana da Affori centro sino al Duomo e, da lì, in Via Torino, il tram numero 3, sino alla sede dell’Auditorium.

Si accorse subito che non c’era molta gente. Tutti indossavano regolarmente la mascherina FFP2 e si mettevano disciplinatamente in fila per consentire agli addetti di controllare il Green Pass.

Entrando nella sala capì che, nonostante la modesta affluenza (era tra l’altro un giorno feriale), doveva sedersi accanto a due signore e questo lo infastidì.

Si sedette, comunque, e rivolse compitamente un gesto di saluto silenzioso con il capo alla signora, la quale, però, in modo che a lui parve un po’ sfacciato, gli rivolse subito la parola per osservare:

“Che peccato che, per un concerto così importante, ci sia così poca gente. Che delusione dovrebbe essere per i concertisti”.

La signora si presentò subito dopo, dicendo di chiamarsi Gaia e introducendo la figlia che sedeva alla sua sinistra. Dall’età della figlia, poco più che ventenne, e dall’aspetto della donna, Giuseppe capì che poteva essere un poco più giovane di lui.

Portava i capelli corti, biondi con le mèche, scalati sui lati, indossava un abito scuro con giacca e pantaloni con un top bianco che mostrava il collo candido e armonico ed un seno pieno di cui si intravedeva la fessura. Il volto aveva un aspetto un po’ crucciato, nonostante l’amabilità del suo eloquio, forse per gli occhi di color azzurro cenere un po’ cupi o forse perché, con la mascherina, la parte inferiore del volto rimaneva coperta.

Iniziò quindi lo spettacolo che fu assolutamente squisito ed alla fine fu tributato al Direttore ed agli orchestrali un caloroso applauso da parte del non numeroso pubblico. Giuseppe salutò educatamente le signore ed uscì frettolosamente dalla sala.

Incontrò nuovamente le due donne qualche settimana dopo nella stessa sala concerti per una nuova rappresentazione. Questa volta non erano seduti accanto ma si incrociarono nel foyer. Fu lei, ovviamente, a palesarsi con la consueta cordialità. Si era abbassata la mascherina e mostrava una bocca piena e sensuale truccata solo con un filo di rossetto.

Le ricordò nuovamente il suo nome e il suo cognome, le disse che era sposata con un dirigente di azienda e che abitata in Corso Magenta. Le propose anche di scambiarsi i rispettivi numeri di telefono perché, se anche a lui avesse fatto piacere, si sarebbero potuti incontrare per un caffè uno dei giorni successivi. Le propose la pasticceria Biffi in Corso Magenta e fissarono già il giorno e l’ora dell’appuntamento.

Si trovarono nel posto convenuto intorno alle diciotto e trenta. Lei aveva avuto l’accortezza di riservare il tavolino. Si incontrarono fuori dal locale, entrambi puntualissimi, e si sedettero all’interno. Lei indossava pantaloni scuri e camicetta bianca aperta sul davanti. Lui il consueto abbigliamento.

Parlarono molto, lei per lo più, e scoprirono di avere molte cose in comune, dalle letture – lui era un cultore di Dostevskij, lei aveva letto da giovane solo Delitto e Castigo, ma aveva intenzione di rifarsi – alla passione per le gallerie d’arte (entrambi adoravano tornare a Brera o alla Poldi Pezzoli) e, come si sa, per i concerti.

Lei gli parlò anche della figlia, che frequentava la facoltà di medicina, e del marito, che vedeva poco causa i suoi impegni di lavoro che lo portavano ad essere spesso fuori casa.

Si rividero spesso: passeggiavano, chiacchieravano, andavano a vedere delle mostre.

Giuseppe si stava ormai accorgendo che attendeva, con sempre maggior trasporto il giorno e l’ora di questi appuntamenti e che soffriva, con sempre maggior delusione, quando gli stessi, raramente peraltro, venivano da lei rimandati, sempre con il dovuto preavviso, per sopravvenuti impegni.

Non era certo abituato a queste sensazioni. Si dice che i palpiti di cuore, il respiro strozzato, le fantasticherie della mente siano sintomi di innamoramento per adolescenti ma lui questi sintomi se li sentiva tutti, e non gli dispiaceva nemmeno.

Si soprese ad interrogarsi sui rapporti tra uomo e donna e, soprattutto, se potesse instaurarsi un rapporto di amicizia e gli sovvenne l’opinione di Cechov secondo il quale i rapporti tra uomo e donna possono essere solo tre: conoscenti, amanti, amici ma, si badi bene, solo, rigorosamente, in quest’ordine. Sorrise all’idea di poter diventare amante di una donna sposata, lui, sempre così rispettoso, allineato, disciplinato, così lontano da ogni tipo di colpo di testa.

Ciò fino a quando, un giorno, alla pasticceria Biffi, che avevano continuato a frequentare, lei gli prese una mano e se la poggiò su una guancia.

Rimasero entrambi in silenzio, imbarazzati, poi cambiarono discorso e si salutarono.

Non si sentirono più. Lui aspettava con ansia una sua chiamata e forse anche per lei era lo stesso. Fatto sta che smisero di sentirsi e di vedersi.

Passarono cinque anni e capitò che Giuseppe, un giorno, si dovette recare in un ospedale per un controllo al cuore. Roba di routine, nulla di grave. Venne ricevuto da una giovane dottoressa le cui fattezze le parvero in qualche modo familiari. Prima di sottoporre il paziente all’elettrocardiogramma la giovane donna gli chiese, come si fa in questi casi, nome, cognome e data di nascita. Ricevuta la risposta, rimase un attimo in silenzio. Poi si voltò verso di lui fissandolo con le pupille azzurro cenere e, con l’aria un po’ contrariata, gli disse:

“Ma lei è Giuseppe, il signore che incontrammo a LaVerdi”.

“Sì certo” rispose lui con un certo imbarazzo. “E, sua mamma, come sta”.

“La mamma è morta. Quando ci siamo conosciuti era già malata. Poi ci si è messo di mezzo anche il Covid. È andata avanti ancora qualche anno, gli ospedali, le cure. Poi si è spenta, un giorno, tutto ad un tratto. Ma lei perché non l’ha più richiamata? È stata tanto male, anche per questo, sa?”

Uscendo dalla studio medico, Giuseppe si trovò di fronte lo skyline delle Tre torri di Milano, denominate la Storta, la Curva e la Dritta, dietro le quali stava tramontando il sole, e pensò che anch’esse erano belle a loro modo. Poi si ritrovò a riflettere, con le lacrime agli occhi, su quante cose si sprecano nella vita e a quante cose lui era stato sempre pronto a rinunciare per amore dell’ordine, delle convenzioni sociali, del suo maledetto conformismo.

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