Le tapasciate

Sin da ragazzo, dai quattordici anni in su, ho praticato l’atletica leggera. Avevo cominciato con il salto in alto giungendo alla misura di 1,90. Poi, capendo che oltre non avrei potuto andare, preferii darmi alla corsa veloce e, poiché non ero velocissimo né dotato per le corse di fondo, optai per i quattrocento metri dove la velocità doveva combinarsi con la resistenza.

La prima volta che approcciai questa distanza partii velocemente come se dovessi fare i cento metri. Quando arrivai al rettilineo finale le gambe erano talmente sature di acido lattico che mi vennero a mancare e mi ritrovai lungo disteso per terra. Pensai che sarebbe stata la prima e l’ultima volta che mi sarei cimentato su quella distanza. Invece, un po’ di tempo dopo, dovendo la nostra Società mettere insieme una staffetta quattro per quattrocento per partecipare ai campionati indoor di Genova, facemmo una prova con gli altri velocisti della squadra ed io risultai incredibilmente migliore di loro su questa distanza.

Da allora iniziò un periodo di circa sette anni durante i quali riuscii a raggiungere buoni risultati in quella disciplina.

Smisi all’età di ventitré anni quando mi congedai dalla Guardia di Finanza dove mi ero arruolato proprio per correre con il Gruppo Atletico Fiamme Gialle.

Anche in quel caso smisi (giovanissimo, in effetti) perché avevo perso un po’ di tempo all’Università e dovevo laurearmi, ma soprattutto perché avevo capito che non avrei potuto ancora migliorare e fare il salto di qualità che distingue un buon atleta da un campione.

Mi laureai, quindi, iniziai a lavorare in Banca a Milano e cessai completamente di fare attività sportiva di alcun tipo.

Ciò sino a quando, alla soglia dei miei cinquant’anni, organizzarono, al nostro centro sportivo, una corsa su una distanza di circa mille metri. Si doveva percorrere un giro completo di un laghetto artificiale. Consapevole dei miei trascorsi di velocista prolungato, partecipai, senza specifico allenamento, e riuscii a distinguermi.

Partecipai anche l’anno successivo e, in quell’occasione, ritrovai alcuni colleghi che avevo conosciuto la volta scorsa. Uno di questi, Roberto, che avevo anche incontrato alle gare di nuoto e che mi era risultato particolarmente simpatico, mi propose di unirmi al loro gruppo che si riuniva il sabato alla Montagnetta di San Siro.

Accettai e cominciai a correre con loro anche se si facevano percorsi dai 10 chilometri in su, per i quali non ero allenato. Ma ben presto mi appassionai e riuscii discretamente anche nelle corse di fondo.

Il sabato ci si riuniva, come ho detto, alla Montagnetta, ma la domenica mattina era il giorno delle “tapasciate”.

Chi non ha mai partecipato alle tapasciate si è perso veramente tanto, perché queste competizioni mettono a contatto con un mondo davvero tutto speciale, frequentato da un universo di persone, le più disparate tra loro, che vanno sotto il nome, neanche a dirlo, di tapascioni.

Il termine tappascià, che è riportato anche dalla Treccani, è di origine lombarda e significa, camminare a piccoli passi: sgambettare, insomma. I tapascioni sono, di conseguenza, tutti quelli che partecipano a queste gare senza intenti agonistici, per il solo piacere di portare a termine il percorso.

Nel milanese le tapasciate si svolgono per lo più in Brianza, ma anche nel novarese, nel pavese, nel lodigiano e attraversano boschi, rogge, ruscelli, sentieri, calli, mulattiere ma anche pietraie, strade asfaltate, sterrate, salite e discese, in pianura, in collina, in montagna.

Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, per partecipare alle tapasciate si deve partire di casa al mattino presto della domenica. Di solito, si comincia alle otto del mattino. Di estate un po’ più tardi. (questa cosa a dire il vero io non l’ho mai capita, visto che le giornate in estate sono più lunghe e fa caldo, ma è così, fidatevi).

All’inizio veniva a prendermi Roberto con suo fratello a casa mia, imbarcavamo con noi un altro amico, e partivamo con la sua macchina. Non c’erano i navigatori satellitari, ma, quando si arrivava nelle vicinanze della partenza, incontravamo persone in tenuta da corsa tutte infreddolite (o accaldate se si era in estate) e capivamo di essere arrivati. Dov’è il ritrovo? chiedevamo.

Nelle tapasciate ognuno parte quando vuole (partenza libera) a cominciare, come detto, dalle otto del mattino. Per partecipare, però, bisogna acquistare un biglietto, un cartoncino, di fatto (con o senza riconoscimento) per il quale si deve fare la fila. Per cui, a partire dalle sette del mattino, tutto l’universo dei tapascioni si mette in coda, se d’inverno, con un freddo cane ed un altissimo tasso di umidità, per procurarsi il prezioso cartoncino il quale, se è della categoria “con riconoscimento”, darà diritto alla fine del percorso ad un ricco pacco gastronomico (poi ci sono sempre i pignoli e i micragnosi che vanno a fare le pulci al contenuto del pacco per dimostrare che i tre o i cinque euro del costo di adesione non giustificano il valore reale del riconoscimento. Mia moglie, invece, era contenta quando le portavo il pacco gastronomico: pasta, riso, pelati, mentre si indispettiva quando portavo a casa altre magliette. Ne hai già troppe, butta via quelle vecchie, mi diceva sempre).

Nelle tapasciate, ognuno può correre, o camminare, alla velocità che vuole e può scegliere tra diversi percorsi. Di solito, un percorso breve (cinque o sette chilometri), uno medio (dieci, quindici), uno lungo (venti). Ciascun percorso è segnato con un colore diverso (giallo, rosso, blu, ad esempio) e bisogna stare attenti a non perdersi, perché, trovarsi a dover percorrere venti chilometri, avendo previsto di farne dieci, non è mai simpatico. Certo si può anche decidere di tornare indietro, ma non si sa mai se poi convenga davvero. Qualcuno, ogni tanto, in effetti, si perde.

Il percorso non è calcolato in modo esatto. Ora ci sono i GPS satellitari ma, ai tempi che ricordo io, si utilizzavano semplici cronometri e, per capire se le distanze fossero state indicate in modo corretto, ci si affidava alle nostre sensazioni e al passo che si pensava di poter mantenere. E quindi, alla fine del percorso, i commenti erano questi: “c’erano tutti” (per intendere che il percorso effettivo era risultato di chilometri pari o superiori a quelli previsti), oppure “erano di meno”.

Alla fine della corsa, si doveva andare a ritirare il pacco dono ma, molto spesso, il cartoncino, che alcuni tenevano al collo legato con l’apposito cordoncino, o attaccato con una spilla alla maglia o ai pantaloncini, risultava bagnato, stracciato o, nel caso peggiore, perduto e allora si doveva andare al punto di ritiro giurando e spergiurando che era stato in effetti acquistato. Più avanti si affermò l’abitudine di ritirare subito il pacco prima di partire e di metterlo nel bagagliaio (questa pratica non mi è mai piaciuta perché toglie, a parer mio, valore al riconoscimento che funziona solo se rappresenta il coronamento di una fatica).

I ristori. Una delle cose belle delle tapasciate erano i ristori. Alcuni partecipavano principalmente per questo e sceglievano la corsa in relazione alla ricchezza degli stessi situati alla fine ma anche lungo il percorso. Ho visto gente fermarsi lungo la strada per divorare risotti, alla milanese o alla monzese, quest’ultimo con la salsiccia, trippa alla lombarda, panini con i wurstel e crauti, passatelli in brodo, pasta e fagioli; tracannare birre e vin brulè e, nelle festività, arraffare cotechini, torroni, panettoni, uova di Pasqua e calze della befana.

Soprattutto nei periodi invernali si terminava la corsa sporchi di fango e bagnati da capo a piedi di sudore e umidità. E allora ci si cambiava all’aperto per sostituire l’abbigliamento bagnato con abiti asciutti. Ma in quel momento eravamo felici perché avevamo completato la fatica (e poi le endorfine, si sa, aiutano) e si tornava a casa dicendo. Ce la siamo meritata la pasta asciutta.

L’abbigliamento. Se pensate ad atleti vestiti con equipaggiamento tecnico, con tutine variopinte e aderenti e scarpe all’ultima moda, non avete capito nulla delle tapasciate. Di solito i partecipanti, spesso non più giovani, indossavano: a) calzoncini, o del modello “a bracalone” (larghi e lunghi fino al ginocchio) oppure troppo stretti che mettevano in mostra, senza pietà, pance pelose e spesso prominenti; b) magliette sovrapposte, a volte, le une alle altre, con scritte che tendevano a svanire, a ricordo di antiche imprese (Maratonina della Valtellina, StraCarate, ad esempio) o di tipo spiritoso (ricordo: I gamber de Concurez; Le lumache di Abbiategrasso, Podismo e cazzeggio), c) sulla testa, cappellini con la visiera sponsorizzati (tipo Pizzeria da Paolino, Laminati Brianza) o di lana, d’inverno, con o senza ponpon, bandane multicolori o orrende fasce antisudore. Poi, a volte, qualcuno voleva proprio esagerare e si vestiva da indiano pellerossa, con tanto di copricapo di piume.

Ogni anno, spesso, si ritornava a fare le stesse corse, soprattutto quelle che ci piacevano di più e qualcuno si vantava di conoscere perfettamente il percorso. Non ti ricordi la tapasciata di Rho, diceva sempre Paolo, sì dai, quella che parte dalla stazione, poi si gira a destra, si passa accanto al camposanto, si costeggia la ferrovia e poi si entra a sinistra nel bosco. Dai, come fai a non ricordarti. Io non ricordavo mai.

Poi gli amici, a poco a poco, hanno lasciato. Molti (troppi) sono morti. Quasi tutti siamo invecchiati, le giunture (caviglie e ginocchia) non ci sorreggono più. Altri sono passati alla bicicletta (meno traumatica ma soggetta al pericolo di cadute, almeno per me che sono impacciato), quindi ci si è messa di mezzo anche la pandemia che ci ha allontanati per un paio d’anni e, perciò, anche quel periodo è ormai finito definitivamente.

Come tutte le cose belle.

2 pensieri riguardo “Le tapasciate”

  1. Massimo,
    Ho il colpo della strega e sono reduce da una serie di esami per via di una piccola paresi al volto il 23 dicembre dopo un Cova, … spero nel Bell.
    Ho passeggiato in Montagnetta e ho preso al chiosco un deca, deca e lettura.
    Stanotte ho sognato che correvo in Africa, veloce senza fatica.
    Riparto Sabato per 2 3 anni in Gabon, una diga nel parco Diamont Mountains.
    Continuerò a correre nonostante abbia capito che non sono Superman.
    Ti leggerò dal Gabon.
    Hai una bella famiglia.

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