Il passato che ritorna

I

Questo racconto ha ricevuto un riconoscimento al Premio Internazionale di Arte Letteraria Cygnus Aureus tenutosi a Peschiera del Garda il 15 giugno 2024

Mi ossessiona questo sogno ricorrente.

Non ne ricordo i contorni, forse perché sono sempre diversi di volta in volta. È invece molto chiara la sensazione che provo. Senso di colpa. D’un tratto si viene a sapere che mi sono reso responsabile di un fatto grave, di una colpa che ho commesso in passato. Dapprima ne sono sorpreso; cosa mai potrò avere compiuto di così tremendo? Poi, a poco a poco, comincio a ripensarci e mi chiedo: ma come avranno fatto a scoprirlo, è passato così tanto tempo. Pensavo che nessuno mi avrebbe mai smascherato. Ma, in fondo, è poi così grave? E cosa mi capiterà adesso?

Si può immaginare, che il tutto risieda nel mio subconscio, in qualche fatto traumatico, anche legato all’infanzia, che abbia lasciato questi miei sensi di colpa che ritornano nei miei incubi.

In effetti, non sempre tendo ad essere sincero e molto spesso ometto di rivelare le cose di cui non vado fiero. Ma non capita un po’ a tutti? Anzi, spesso l’eccesso di sincerità può creare dolore ad altre persone, per cui, a volte, è meglio non essere troppo schietti. Poi, quando si tratta di fatti del passato, le menzogne che abbiamo creato per occultare o travisare avvenimenti, diventano di fatto reali e si sovrappongono alla realtà vera che viene in questo modo sostituita dalla bugia.

II

Mi è stato recapitato l’avviso in portineria quando ero in ufficio.

Ho ringraziato la portinaia che me lo porgeva e ho aperto la busta che conteneva un solo foglio. Era della Polizia di Stato e diceva che dovevo presentarmi con urgenza al Commissariato chiedendo dell’Ispettore De Gregorio.

Ho pensato subito ad una delle tante denunce per appropriazione indebita presentate per conto della Banca per la quale lavoro. Qualche comunicazione relativa alla richiesta della Procura di archiviazione della denuncia o, nei casi più fastidiosi, una citazione a teste. Tutte seccature che, nella maggior parte dei casi, si risolvono con facilità.

Mi sono quindi recato al commissariato (dove vado di solito per il rinnovo del passaporto). Mi sono presentato in guardiola e ho mostrato l’avviso al piantone. Mi ha chiesto di attendere in una piccola sala con una grande vetrata sull’esterno.

Dopo una non breve attesa si è presentata una signora alta, di struttura massiccia, mora e con le sopracciglia marcate. Mi ha stretto la mano con forza ma con fare cordiale. Mi ha detto di seguirla e mi ha fatto salire al secondo piano, passando per le scale e scortandomi sino al suo ufficio.

Mi ha fatto accomodare e si è seduta a sua volta. La solita scrivania piena di scartoffie. Sul muro il calendario della Polizia.

Ho cominciato a parlare io dicendo che già sapevo che era una questione di lavoro collegata alle denunce che presento ogni tanto per conto della Banca nella quale lavoro.

Lei mi ha fatto parlare per un po’, sorridendomi, poi mi ha interrotto, bruscamente ma sempre cordiale. No, sa?  Dottor Forti. Penso che si tratti piuttosto di una questione personale.

Ho rapidamente pensato a cosa mi potesse essere capitato di recente non riuscendo ad andare oltre qualche denunzia di smarrimento del portafoglio, peraltro sempre rinvenuto. Continuava a guardarmi con atteggiamento benevolo e un poco ammiccante, tanto che mi parve che stesse in qualche modo civettando con me. Non era una brutta donna, tra i quaranta e cinquanta. Una bella bocca di denti bianchi.

Lei è nato a C., vero? Sì, risposi. Ed ha studiato al Liceo Classico, sempre a C., non è così? Annuii cercando di capire dove volesse arrivare.

Ora mi stava fissando negli occhi, sempre sorridente ma con fare più deciso.

Mi porse una fotografia. Era il volto di un ragazzo che, come me, era stato giovane negli anni ‘70. Lo testimoniavano la foggia dei capelli, l’eskimo, lo sguardo di sfida che sembrava rivolgesse all’esterno. Mi chiese se lo riconoscessi. Dissi di no ma la fisionomia non mi era, in effetti, del tutto sconosciuta.

Ne è sicuro? Insistette. Ora cominciavo ad impaurirmi. Ma di cosa. Dissi a me stesso.

Scosse il capo. E ha conosciuto, proseguì, i signori…? E pronunciò, uno dopo l’altro, il cognome di alcuni miei compagni del Liceo, alcuni della mia classe, altri no.

Sì, questi li ho conosciuti, erano miei compagni di scuola, ho confermato.

E, invece, il ragazzo ritratto in questa fotografia non le dice proprio niente. Stava affermando, più che domandando.

Confermai di non riuscire a riconoscerlo, ma mentre dicevo questo mi si aprivano nella mente alcune istantanee dei tempi del Liceo. Forse era un ragazzo della fazione di destra. Forse avevamo anche litigato in qualche occasione. Magari avevamo scambiato anche qualche pugno. (Che hai fatto? Disse la mamma. Nulla, perché? Hai un livido sull’occhio destro. Ma no, non è niente. Hai fatto a botte. Ma sì, dai, nulla di grave. E l’altro, si è fatto male?).

Ma poi era lui? Forse no, quello che ricordo io era magrolino e con la faccia da sciocco. Questo nella foto sembra più robusto (le avrei prese) e con la faccia più cattiva.

Che cosa gli è successo? Balbettai.

Me lo dica lei. Sempre sorridendo, ma ora in modo più forzato.

(Quando mi occupavo di relazioni sindacali ebbi a che fare con un sindacalista che riusciva a dire le cose più sgradevoli sempre con uno smagliante sorriso sulle labbra. Quanto mi dava sui nervi. Ma la cosa che mi mandava proprio fuori dai gangheri era quando, non appena davo segni di irritazione, se ne usciva con la frase. Ma se la faccia una bella risata.)

Dottoressa, balbettati, se le sto dicendo che non lo conosco…

Non sono dottoressa. Mi sono iscritta all’Università quando ero già in Polizia. Per fare il concorso da Commissario. Ma poi non ho avuto tempo di studiare. Sono una sbirra di strada, io. E rise. Di una bella risata da mezzo soprano. In un’altra circostanza mi sarebbe risultata simpatica.

Ed infatti, sempre con modi studiati, pensai, per conquistare l’interlocutore, mi raccontò che, in quel momento, stava combattendo contro una gang di peruviani che imperversava nella zona. Sono i peggiori, creda a me.

Sta divagando, ragionai, per allentare le mie difese. Ma difese di che, riflettei.

Quindi? Aggiunse dopo una pausa di silenzio.

Non lo conosco, confermai. Questa volta ero io che mi ponevo sulla difensiva.

Eppure, frequentavate la stessa scuola.

Può darsi. Ma non conoscevo tutti.

Mi disse alla fine un nome e allora ricordai.

Era forse un anno o due più giovane di me. L’anno scolastico della terza liceo. Apparteneva a qualche gruppo di estrema destra. Era anche una specie di picchiatore. Io frequentavo, allora, ambienti della sinistra extraparlamentare ed eravamo, quindi, su fronti opposti.

Continuai a scuotere la testa. Non mi dice nulla. Ripetei.

Ora però, riprese l’ispettrice De Gregorio smettendo di sorridere, deve darmi una mano. E mi disse una data e una località.

Estate 1973. Avevo finito il liceo e mi stavo iscrivendo all’Università. Manifestazione a L. L’ultima manifestazione alla quale avevo partecipato. Quel giorno mi ero ripromesso che non avrei più preso parte a quel genere di cortei e così, in effetti, avevo fatto. Era rimasto scosso per quella giornata.

Si manifestava perché un gruppo di fascisti avevano picchiato dei ragazzi di sinistra. Giunti nei pressi del bar che era considerato il covo di questi elementi di estrema destra, qualcuno lanciò delle molotov contro le vetrine dell’esercizio. Siamo matti davvero, avevo pensato allora. Dentro quel bar ci sono dei ragazzi come noi. Se il bar prendesse fuoco potrebbero esserci delle vittime. Poi caricò la polizia e scappammo. Mi ricordo che quando riuscimmo a fuggire qualcuno mi disse che avevo i capelli bruciacchiati. Forse a causa di un candelotto lacrimogeno che era passato solo un pelo sopra la mia testa.

Lei, mi disse, era a quella manifestazione.

Pensai che se avessi negato sarebbe stato peggio. Sicuramente avevano delle informazioni.

Può darsi. Aggiunsi. A quell’epoca ne facevamo molte. E questo ragazzo? Riprese lei. Continua a sostenere di non conoscerlo?

A questo punto ebbi uno scatto di orgoglio.

Ispettrice, dissi guardandola fissa negli occhi, parliamoci chiaro. Lei mi sta raccontando di fatti che sono accaduti quaranta anni fa. Le dico le cose che mi sono accadute da allora: mi sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, ho fatto il militare nella Guardia di Finanza, mi sono laureato, ho cominciato a lavorare in Banca, mi sono sposato e ho due figli grandi. Vivo e lavoro a Milano da oltre trent’anni. Come pensa che possa avere ricordo di quegli anni. Mi dica, per favore, cosa è successo a quest’uomo e come pensa che io possa esserle utile in questa vicenda.

Mi allungò sulla scrivania un’altra fotografia. E questo lo avevo conosciuto di certo.

III

Non rammentavo come si chiamasse; era ricordato piuttosto con un soprannome, ma neppure questo mi sovveniva.

Mi ricordavo però perfettamente la sua immagine. Alto, magro, con le spalle ricurve, forse per una scoliosi. Portava un pizzo e dei baffetti radi che gli conferivano un’aria un po’ mefistofelica e una dentatura sgangherata. Lo ricordo che partecipava a tutte le iniziative politiche ma anche alle partitelle di pallacanestro. Nonostante il fisico menomato era bravo nel tiro da lontano. Non si può dire che fossimo amici, ma quando lo incontravo ci salutavamo con simpatia. Mi pareva una brava persona. Una volta qualcuno mi aveva detto che, negli anni successivi, durante una manifestazione, era stato colpito alla testa in uno scontro con la polizia. Io non l’avevo mai più visto da allora.

Dissi all’ispettrice che sicuramente l’avevo conosciuto ma che non mi ricordavo il suo nome. Sospettosa mi disse lei il nome, il cognome e il soprannome. Annuii. Ora rammentavo.

È sicuro di non averlo mai più visto da allora? Insistette. Sicurissimo, replicai.

Poi aggiunsi, impaurito. Cosa gli è successo?

L’ispettrice rimase in silenzio per alcuni minuti, come per sincerarsi di potersi aprire del tutto con me, poi iniziò a parlare, lentamente, scandendo le parole.

Questo ragazzo, ormai sessantenne, aveva avuto una vita difficile, piena di piccoli reati, lievi condanne e, soprattutto, lunghi ricoveri in ospedali per disturbi psichici.

Poi un giorno, parlando con un suo compagno di stanza all’ospedale, si era lasciato sfuggire di un pestaggio nei confronti di un avversario politico, finito male; il ragazzo era finito in ospedale e, forse, dopo, era morto. Il compagno di stanza aveva ritenuto opportuno informare un medico che l’aveva subito accompagnato dagli agenti al posto di guardia i quali, a loro volta, avevano informato la Polizia che aveva portato via il paziente che poi era stato sottoposto ad incessanti interrogatori.

In sintesi, aveva confessato che quel giorno d’estate a L., mentre stavamo scappando dopo gli scontri con la Polizia, avevamo incontrato il ragazzo della prima foto assieme ad altri suoi camerati; era intervenuta una colluttazione e il soggetto era stato ferito gravemente.

Ricorda adesso? Sibilò, ora molto seria, guardandomi negli occhi.

Mah, balbettai, è passato così tanto tempo.

Se pensa alla prescrizione, le dico subito che non si applica a questo genere di reati.

Cercai di farmi ritornare alla mente le nozioni di procedura penale, ma a parte la memoria carente, le norme erano certamente cambiate. E poi, forse, lei stava bluffando.

Mi chiesi – ma non lo dissi – se anche gli altri compagni di scuola coinvolti, fossero stati interrogati e cosa avessero risposto.

Passarono alcuni minuti di silenzio, durante i quali l’ispettrice aveva ripreso a consultare alcune carte.

Poi la sentii tossire. Maledetto vizio del fumo, sbuffò raschiando del catarro in gola.

Lei fuma, dottore?

No. Ho smesso da tanti anni, tantissimi, più di venti.

Ah beh, allora ha ormai perso il vizio definitivamente. Oppure no. E riprese a guardarmi in faccia. Non si fa tentare da una sigaretta in terrazza?

Scossi la testa decisamente.

Mi concede allora qualche minuto di tempo perché possa andare io a fumarmi una sigaretta?

Certo, sussurrai, faccia pure. In qualche modo l’idea di prendermi qualche istante di pausa per riflettere mi parve cosa gradita.

Si alzò mostrandomi il pacchetto e l’accendino.

Rimanga pure qui, seduto. Arrivo subito. E usci dalla stanza.

Rimase fuori per un periodo molto più lungo di quello sufficiente a fumare una sigaretta.

Io rimasi ad aspettare nella sua stanza, seduto di fronte alla sua scrivania. Mi venne la tentazione di sbirciare le carte che giacevano in disordine sul suo tavolo ma non potevo farlo per la presenza di un agente, seduto ad un altro tavolo, che, peraltro, si stava dedicando ad altre incombenze.

Mi misi a guardare l’orologio, era passata più di un’ora. Mi sentivo preso in giro e cominciai ad innervosirmi.

Tornò sorridente e si sedette di nuovo di fronte a me, perfettamente a suo agio.

In questo momento di cosa si occupa, dottore? Riprese come se nulla fosse accaduto nel frattempo.

Le dissi che ero responsabile del Servizio Legale di una Società di Leasing e che ci occupavamo particolarmente di clienti inadempienti. Era quello il motivo perché avevo modo di frequentare le stazioni di Polizia. Quando un cliente non paga e non restituisce il bene, alla fine occorre procedere anche alla querela per appropriazione indebita.

Quindi anche lei ha a che fare con i mariuoli. Lo disse dando alla parola il suono tipico di una parlata meridionale, che non le si addiceva, dal momento che il suo accento era piuttosto lombardo, forse bergamasco.

Capii che stava tornando a cambiare discorso per depistarmi. Mi sforzai di concentrarmi per rimanere attento.

Poi, d’un tratto, domandò. Lei si starà chiedendo se anche i suoi compagni siano stati interrogati e cosa abbiano risposto.

Di nuovo silenzio. Sollevò alcuni fogli dalla scrivania. Sì, sono stati interrogati. Prima di lei.

Poi riprese. G., che ora è medico, si ricorda abbastanza bene i fatti, riferisce di una colluttazione nella quale è stato scambiato qualche cazzotto ma rammenta anche che uno dei vostri avversari si era ad un certo punto sfilato la cintura ed aveva cominciato a colpire con la fibbia.

Ancora una pausa. M., che è ingegnere, all’inizio ha detto, come lei, di non ricordare nulla, poi ha dovuto ammettere di esserci stato e ha fatto anche il suo nome. Ha detto che eravate andati con la sua macchina (quella di lei, intendo).

P. ora fa il farmacista a V. e si ricorda anche lui che eravate andati con la sua autovettura. Dice di essere rimasto scosso dalla vicenda. È quello che ricorda meglio e riferisce anche di una sbarra di ferro che sarebbe stata usata contro il ragazzo che poi è morto.

Ma perché, chiesi, ormai anch’io completamente sconvolto, all’epoca non fu fatta alcuna inchiesta.

Agitò un braccio in aria come per fare intendere, così vanno le cose.

All’epoca tutti se la diedero a gambe, compresi gli amici del ferito, e cercarono di dimenticare l’accaduto. Poi fu arrestata la persona che lei ha detto di aver conosciuto, ma lui non ha voluto svelare il nome di nessuno. Mi sont de quei che parlen no. Ricorda la canzone milanese? E siccome neppure su di lui fu possibile formulare accuse comprovate, il delitto venne archiviato. Ancora una pausa, questa volta più lunga. Fino ai colloqui in ospedale che le ho appena narrato.

Ma, insomma, sbottai io finalmente: ma alla fine, chi è stato ad uccidere?

Ma come chi è stato. E’ stato lei. È stato lei, dottor Forti.

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