Mancanza

Questo racconto ha ottenuto il primo premio nel concorso “Un racconto Breve” promosso dalla rivista ABC di Milano

La macchinetta per fare il caffè che usavi tu, senza il manico e tutta bruciacchiata, l’ho buttata. E ne ho comprata una nuova.

Non ho mai capito perché ci fossi così affezionata; dicevi che era per far prima al mattino, ma questa cosa non mi ha mai convinto.

La nuova funziona bene. Il caffè, almeno, lo fa buono. Anche io, come te, lo preferisco a quello del bar.

Mi manca non sentirti più al telefono, anche se non rispondevi mai, non poter leggere più i tuoi messaggi sgangherati, non vederti più al mattino sempre ben truccata e pettinata, con il tuo abbigliamento un po’ troppo da ragazzina, per il quale ti prendevo in giro, non poterti più toccare, specie in quell’angolo sulla vita, proprio sopra il bacino, non annusare più il profumo dei tuoi capelli, che mi faceva starnutire.

Avevi sempre un buon profumo. Specie a letto quando mi avvicinavo e affondavo la faccia sul tuo collo.

Al mattino continuo ad alzarmi presto, come prima. Corro sempre meno, più che altro per stare con gli amici nel week end. Leggo, ma tendo a distrarmi, e così perdo il filo e devo ricominciare daccapo cercando di rimanere concentrato. Non trovo più, da tempo, un libro che mi piaccia e mi appassioni veramente.

Tu eri una lettrice seriale. Quando trovavi un autore che ti piaceva cercavi di leggere tutto ciò che aveva scritto, avidamente, per giungere poi spesso alla conclusione che quello scrittore non era poi granché.

Vado ancora al parco e cammino, poi mi siedo a leggere al sole su una panchina e allora sì che svario con la mente, allora sì che mi perdo nei pensieri e, a volte, mi assopisco. È un sonno bello, breve, caldo. Dura pochi minuti ma sembra un’eternità. Poi riprendo il libro dal punto in cui ero rimasto.

La sera non riesco a prendere sonno e, quando mi addormento, mi risveglio che sono le tre o le quattro del mattino e sbircio il telefonino o riprendo in mano il libro sul comodino. Poi faccio pipì. La prostata è acciaccata ma sotto controllo. A volte, ma raramente, mi addormento di nuovo. Più spesso tiro fino alle 6.30, quando suona la sveglia. Non ho mai cambiato l’orario.

Non ho mantenuto molti amici. Saluto tutti, parlo con tanti, ho accettato anche qualche invito a cena ma poi tendono a non chiamarmi più, come è ovvio; non sono ora, come non sono mai stato prima, a dire il vero, di grande compagnia. Le relazioni le tenevi sempre tu.

Ho conservato ancora tutti i tuoi vestiti. L’armadio è sempre colmo della tua roba. A me avevi riservato solo un piccolo spazio, ma mi è più che sufficiente, specie ora che non vado più a lavorare e non indosso più la giacca e la cravatta. Gli abiti sono sempre lì, tuttavia, allineati; quelli invernali nello scomparto superiore, quelli estivi sotto. Faccio sempre il cambio di stagione, non lo so perché.

Vedo poco anche i nostri figli. Hanno le loro vite, i loro lavori, le loro compagne e non hanno certo tempo da dedicare a me. A volte mi invitano a pranzo, a turno, la domenica. Io vado, per cortesia ma preferisco poi andarmene subito dopo mangiato. Sto bene a casa mia.

Non fanno che dirmi che devo reagire, trovarmi degli interessi, anche un lavoro, se necessario. Dicono che mi farebbe bene.

Ma a me piace questa vita lenta, sonnacchiosa, priva di impegni e di stress, perché mai dovrei trovare qualcosa in cui impegnarmi. Ho i miei libri, i miei dischi, a volte anche la televisione. Dormo, passeggio, leggo. Non mi va di fare altro.

Al cinema ogni tanto vado. Quando c’eri tu andavamo così spesso, anche due volte la settimana. Ora mi ci reco più raramente. Dopo il cinema, a volte, mi fermo a mangiare fuori ad un ristorante ma da solo è così triste, non si sa mai cosa fare o come passare il tempo. Finisco con il guardare tutto il tempo il telefonino.

A casa la sera guardo un po’ di televisione ma poi finisco per andare a letto presto e, a volte, quando mi sveglio, mi sembra di aver dormito per ore ed invece è l’una di notte. Allora mi rimetto a leggere sino a che non mi ritorna il sonno. Tanto al mattino non mi devo alzare.

Domani devo andare dall’urologo. Ho bisogno di fare l’ecografia, l’uroflussometria e la visita specialistica. È un accertamento fastidioso, non tanto per come si svolge il controllo, che pure non è, di per sé, per nulla piacevole, ma quanto per il fatto che devo stare tre ore senza urinare e poi devo bere mezzo litro d’acqua mezz’ora prima della visita. Il risultato è che mi ritrovo in sala d’aspetto con la vescica che mi scoppia mentre il medico mi fa attendere sempre più del necessario e temo sempre di farmela addosso. Poi, quando ho finito di urinare nell’imbuto, il medico mi dice sempre le stesse cose: me ne ha fatta poca; c’è ancora del ristagno; eh signore in una gara a chi piscia più lontano lei non vincerebbe mica.

L’altro giorno sono salito sulle guglie del Duomo. A te non piaceva e non volevi mai venire. So che non amavi montare le scale ma si può andare anche con l’ascensore. Era una bella giornata, di quelle in cui si possono vedere tutte le montagne. Erano bianche di neve e svettavano nel cielo azzurro appena punteggiato da nuvole candide. Faceva freddo ma mi ero coperto con sciarpa e cappello di lana. Quando andavamo insieme, le rare volte, ti raccontavo sempre di quella scena del film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti quando Renato Salvatori sale sul tetto del Duomo con Annie Girardot. Tu non ricordavi.

Sono andato a ritirare l’esito degli esami. Mi sono messo in coda all’ufficio referti. Dopo una buona mezz’ora sono arrivato allo sportello. Hanno scartabellato nello schedario poi mi hanno detto che i risultati erano pronti ma che l’urologo voleva consegnarmeli personalmente.

Ci sono dei peggioramenti, mi ha detto l’urologo senza mezzi termini. Il fattore PSA è aumentato di molto, improvvisamente, e l’uroflussometria è peggiorata. La diagnosi non può essere più quella di prostatite benigna.

Quindi? Ho chiesto. Mi dovete operare? No, ha risposto, Prima dovrà fare delle cure. Guardi le ho segnato tutto su questo referto. Lo faccia vedere al suo medico curante e decidete poi assieme dove andare per la terapia. Io sono a vostra disposizione per ogni tipo di consulenza.

Ho preso le carte che mi porgeva senza parlare, mi sono alzato e mi sono diretto verso l’uscita. Signore? Mi ha richiamato. Mi sono voltato ancora con la mano sulla porta. Non so se le è chiaro, ma è urgente.

Sai cos’è, amore? È che non lo so se ho davvero voglia di curarmi, di andare a fare terapie invasive, parlarne con i figli, farli preoccupare. Mi piacerebbe addormentarmi, magari con un libro in mano, e aspettare che tutto finisca. Ma non sarà così. Ci sarà prima tanto dolore e questo non so se sarò in grado di sopportarlo.

***

Dalla finestra del mio appartamento si vedono ancora le montagne innevate. È raro che ciò avvenga, solo nelle giornate eccezionalmente limpide, ventose. Ma quando si vedono mi incanto a guardare l’intera cerchia dei monti che si staglia, netta, nel cielo azzurro. Davanti a casa c’è la ferrovia e non vi sono altri edifici di fronte, così lo sguardo può spaziare ampio verso occidente. Tra poco tramonterà il sole e l’orizzonte si colorerà di rosa corallo. Domani sarà di nuovo una giornata ventilata e la corrente si scaglierà contro l’ingresso del nostro palazzo, spalancando la porta a vetri.

Forse il dolore servirà per ripartire, penso.

Un pensiero riguardo “Mancanza”

  1. emerge il contrasto tra il ritmo lento dell vita del protagonista e la voracità del lettore che viene coinvolto nella storia.
    breve al punto giusto, più lungo avrebbe stancato, più corto sarebbe mozzato.
    uno specchio per molti, in certi momenti anche x me.
    un abbraccio
    sergio
    sergio

    "Mi piace"

Lascia un commento